mercoledì 19 luglio 2017

Prealpi lombarde

di Matteo Bertolotti
Alpine studio, Lecco, 2017


In genere non scrivo qui di libri pubblicati da amici, per il semplice timore di non riuscire ad essere obbiettivo. Ma in questo caso devo fare un'eccezione, per almeno un paio di motivi: il primo riguarda l'oggetto del libro, ovvero le montagne "dietro casa", quelle frequentate infinite volte prima lungo i sentieri e poi per le vie di arrampicata, su cui una guida alpinistica affidabile mancava da parecchio tempo e dev'essere salutata con soddisfazione. Il secondo è la richiesta fattami da Matteo di scrivere qualche riga di introduzione al suddetto volume, onere/onore a cui non ho voluto/potuto dire di no. E visto che il volume è il secondo della collana Il grande alpinismo sui monti d'Italia, ideale continuazione delle storiche Guide Monti, ho potuto avvalermi di una serie di... propizie coincidenze editoriali per trovare la falsariga del mio modesto contributo. Che presento di seguito.

Introduzione
I libri, come tutti noi, hanno una storia. E la storia di questo libro parte da lontano, ben centoquarant’anni fa, per attraversare tre importanti anniversari; anzi, quasi quattro. Corre l’anno 1877 quando quella che è probabilmente la prima guida alpinistica italiana, la Guida alle Prealpi bergamasche di Antonio Curò, vede la luce. Nella bella introduzione, Antonio Stoppani ben evidenzia l’utilità di un itinerario (leggi: guida) affidabile o – se preferite – i problemi legati alla sua mancanza:
Bisognerebbe che tu avessi un maggior numero di capelli bianchi che di neri o di biondi, per cui potessi dire com’altri d’aver dovuto, venti o trent’anni or sono, percorrere queste vallate, arrampicarti su quei gioghi solitari, per apprezzare il valore di un itinerario, il quale ha per lo meno il merito di essere il primo. Quante volte quel tale ch’io non nomino, dopo aver viaggiato le ore promesse dal primo montanaro che incontrava per via, trovossi più di prima lontano dalla meta. Più di una volta gli accadde, affidandosi alle indicazioni di gente la quale, come in genere i montanari, non ha misura né di tempo né di spazio, vide imbrunirsi l’aria tra deserti di rupi, e dovette benedire il lugubre ululato del cane se poté trovarsi nel più fitto della notte alla porta di una stamberga.
Il volumetto si dilunga nella descrizione degli accessi al fondovalle, tra “ruotabili”, “sentieri mulattieri” e tratti da percorrere “anche con cavalcatura”, ma si anima degli itinerari di salita alle cime tra Adda e Oglio lungo quelle che diventeranno le vie normali.
Passano sessant’anni e l’alpinismo si ritrova cresciuto. Nel 1937 è in vendita al prezzo di lire 20 (per i soci CAI) la guida delle Grigne, quarto volume della celeberrima seconda serie della Guida dei Monti d’Italia, autore Silvio Saglio. Nelle quasi trecento pagine dedicate alla parte alpinistica trovano posto circa centocinquanta vie di salita, accanto alle facili ascensioni. La disposizione della materia, definita dalla apposita Commissione del CAI e che costituirà la falsariga delle guide alpinistiche successive, si dipana con rigore enciclopedico: parte generale con informazioni che spaziano dall’economia della zona ai rifugi e parte alpinistica con descrizione, tempo stimato e difficoltà di tutte le vie che solcano le pareti.
Sempre Saglio, nel 1948, firma il decimo volume della Guida Monti d’Italia, sulle Prealpi comasche, varesine, bergamasche. La guida consta di più di centoventi itinerari alpinistici nella zona di nostro interesse ed è frutto di una gestazione alquanto complessa che, iniziata nel 1934 ed interrotta dal periodo bellico, porterà ad escludere dal volume le Prealpi bresciane e la fascia delle Alpi di confine con la Valtellina, per motivi di spazio e di relativo costo (che alla fine risulterà di 640 lire per la rilegatura in tela). Se le Prealpi bresciane dovranno attendere il nuovo secolo per prendere posto nella collana, le Alpi orobie sono destinatarie del volume pubblicato esattamente sessant’anni or sono, nel 1957; volume oggi piuttosto ricercato (ma all’epoca in vendita a 2500 lire) ancorché non esente da difetti, essendo basato sostanzialmente sulla bozza del 1938: salite non aggiornate, indicazioni di difficoltà assenti o sommarie.
Nel 140°, 80°, 69° (accidenti!) e 60° anniversario, queste guide si vogliono qui ricordare per il caldo amore non più superato onde sono pervase (A. Corti nella guida delle Orobie, p. 184). Tuttavia, se lo scopo del vostro odierno compulsare non è solo il ricercar salite ormai neglette o dare una paternità a quei chiodi oggi sempre meno visitati, se pensate come Stoppani che queste montagne, belle a vedersi da lontano, sono più belle a percorrersi e legittimamente cercate una fonte attendibile a cui votarvi, dobbiamo ammettere che il panorama è quantomeno frammentario: solo la zona delle Grigne gode di buona salute letteraria, mentre le valli bresciane possono vantare un volume della Guida Monti d’Italia del 2004 e le Orobie mai hanno avuto una guida alpinistica aggiornata. Pubblicazioni a carattere locale ed il web suppliscono dove possono, con i loro pregi e limiti.
Il corrente volume si propone di colmare cotal lacuna, in ideale continuità con le amate guide che lo hanno preceduto, ma con un’impostazione più attuale: il contenuto è squisitamente alpinistico, limitando le informazioni addizionali allo stretto necessario per l’orientamento ed evitando l’aneddotica, assai problematica in una zona così ampia. Inoltre, seguendo una linea editoriale già rintracciabile nelle guide degli anni ‘70, si presenta qui una (ricchissima) selezione di itinerari; scelta obbligata sia per l’impossibilità di contenere tutte le linee di salita in un unico volume, sia perché alcune vie rivestono oggi un interesse puramente storico e non sono più frequentate. Il risultato è sotto i vostri occhi: trecentocinquanta itinerari dove il chiodo convive con il fix e su cui relazione, schizzo e fotografia conducono il lettore per mano, alla riscoperta delle “nostre” montagne. Ché patria nostra (come dice l’abate) sono le montagne.

giovedì 13 luglio 2017

Buzzoni-Carì

Alberto sul 1° tiro.
Ancora lui alla partenza del 5° tiro.
Tracciato della via (verde). In rosso la via
Mauri-Castagna.
Zuccone Campelli
Parete O


Rieccomi dai miei sempre amati Campelli! Stavolta però, niente ravanate su vie dimenticate o quasi, ma una bella arrampicata su fix luccicanti. Il programma prevedeva una seconda via da decidere al momento, che è poi stata sacrificata in favore di un brasato con polenta al rif. Lecco... ma di questo, vi risparmio la relazione!
Accesso: si raggiunge il rif. Lecco, in funivia da Barzio o da Ceresole di Valtorta, e da esso si segue il sentiero che risale tutto il vallone dei camosci sulla sinistra, deviando per traccia verso destra una volta giunti vicino allo Zuccone Campelli e puntando alla base dei due evidenti camini (Bramani e Castiglioni) che ne segnano in maniera inconfondibile la parete. Poco a destra del secondo camino si risale brevemente una rampa con roccette un po' friabili ed erba fino all'attacco. Visibile un fix con cordino.
Relazione: via molto bella che risale la parete del pilastro centrale dello Zuccone. Arrampicata abbastanza atletica su muri verticali, con un paio di tiri più riposanti. Roccia ottima (attenzione alle uscite sulle cenge) e chiodatura buona, ma a tratti un po' distanziata: utili un paio di friend per integrare. Sul terzo tiro e sulla terrazza di sosta del quarto si trovano vecchi chiodi, ad indicare che quella parte dell'itinerario era già stata percorsa. Escludendo che quei primi salitori abbiano percorso le placche dei primi due tiri, sarebbe interessante capire se si tratta di una variante di uscita dal camino Castiglioni che sta a sinistra o dello spigolo Bramani sulla destra. Ma una variante ad opera di chi?
1° tiro: salire il muro fino alla cengia erbosa. 20m, 6a; sei fix.
2° tiro: si sale brevemente per spostarsi a destra e superare una breve pancia, giungendo ad una cengia. Da qui per un breve muretto e rocce più facili ed erbose fino alla sosta. 25m, 6b; sette fix. Sosta su due fix con cordone e maglia-rapida.
3° tiro: sopra la sosta per rocce facili (a tratti da verificare) fino al muretto finale da cui si esce verso sinistra. 25m, 5a (un passo); tre fix. Vicino ai fix si trovano vecchi chiodi. Sosta su due fix.
4° tiro: si sale per placca a destra della sosta per poi spostarsi a sinistra a superare un muretto che porta alla larga cengia dove si sosta contro la parete. 25m, 5c; sette fix. Sosta su due fix con cordone.
5° tiro: salire lungo un vago spigolo per poi spostarsi lievemente a destra e salire ad una larga terrazza. Superare le ultime rocce, facili ma non solidissime, e raggiungere la sosta. 40m, 4c (uno o due passi); due fix. Sosta su due fix con cordone e maglia-rapida.
Discesa: è possibile scendere in corda doppia, ma noi abbiamo optato per la discesa a piedi. Si tiene quindi la destra (rispetto alla direzione di salita; verso sud). Si scende poi o per il primo canalone che si incontra (canalone SEM) oppure per il secondo (canalone dei camosci), che si raggiunge per traccia sulla destra.

lunedì 3 luglio 2017

Dibona (con varianti)

Teo sul 2° tiro.
Teo sul 3° tiro.
Sul 4° tiro.
Walter sul 5° tiro.
Teo e Walter sull'ultimo tiro.
In vetta.
Tracciato della via.
Sass de Mesdì - Odle
Spigolo SO


– Oh, ma non mi pare IV su di lì...
– Fidati, te lo dico io...
– Ma la relazione dice...
– Ma no, va su di lì, vedi quel diedrino... ecco...
E io, che sono di animo ingenuo e mi fido ancora dei compagni di cordata, salgo "su di lì". Giunto sotto il diedrino e verificato che di IV non se ne parla, faccio un tentativo verso destra, trovo un cordone su spuntone e chiodo mezzo estratto su cui qualcuno si è calato, rabbrividisco, torno indietro, caccio un improperio al socio e salgo. Meno peggio di quel che sembrava!
Morale: girate sempre con una relazione affidabile! Potrete poi sempre decidere di tradirla per amor d'avventura e degli amici...
Accesso: noi siamo partiti dal rifugio Firenze, che si raggiunge da S. Cristina in Val Gardena attraverso la cabinovia del Col Raiser (18€ A/R per soci CAI, con mirabolante sconto di 1€) e il sentiero n. 4. Dal rifugio si prende il sentiero n. 13 (indicazione ferrata del Sass Rigais) fino ad un bivio, dove si sale a sinistra (13b, indicazione Pera longia) e si giunge ad un secondo bivio al cospetto della Gran Fermeda. Qui si prende a destra e si risale poco dopo il bordo del ghiaione per tracce, fino ad un sentiero più marcato che si segue verso destra fino al canale tra la Odla de Cisles ed il Sass de Mesdì. Si sale il canale fin quasi alla forcella e ci si ferma poco prima, a destra di un evidente camino.
Relazione: bella via che risale lo spigolo del Sass de Mesdì cercando il percorso più agevole e alternando diedri, camini e placchette. La via si può percorrere con diverse varianti che la rendono più interessante. Difficoltà mai estreme, ma chiodatura parca. Portare friend piccoli e medi per integrare le protezioni.
1° tiro: traversare a sinistra per cengia e salire lievemente fino all'imbocco del camino. Salirlo e sostare su un grande masso incastrato. 45m, III, IV; un chiodo. Sosta su due chiodi.
2° tiro: salire brevemente uscendo dal camino e proseguire in obliquo verso sinistra fino ad una nicchia alla base di un pilastro giallastro. 50m, IV-, II; un chiodo con anello, un cordone su spuntone. Sosta da attrezzare su spuntone.
3° tiro (variante diretta dello spigolo): a sinistra a salire il bel diedro-canale, uscendone a sinistra per sostare poco dopo. 30m, IV; un chiodo, un cordone in clessidra. Sosta da attrezzare su spuntone. La via originale si sposta invece sulla parete sinistra dello spigolo.
4° tiro (variante diretta dello spigolo): alzarsi lungo la placca spostandosi lievemente a destra e puntando ad una nicchia nerastra sovrastata da un diedro-spaccatura giallastro, ben evidente sopra la sosta. Superarlo e sostare subito dopo sulla sinistra. 30m, una sosta intermedia (due chiodi), un chiodo; IV, IV+, V+ (un passo). Sosta su due chiodi.
5° tiro (variante diretta dello spigolo): spostarsi a sinistra, risalire un vago canalino e proseguire su facili rocce fino a reperire un buon punto di sosta in una nicchia. 35m, III+, IV- (passi). Sosta da attrezzare su friend e/o clessidre. Se la corda non fa troppo attrito, si può proseguire fino ad uscire sulla cengia.
6° tiro: salire alla cengia soprastante (qui termina la variante), rimontare una grossa lama e spostarsi in esposto traverso a destra (restare bassi). Salire poi in obliquo e superare un vago diedrino sostando subito dopo. 40m, III+, II, IV; un cordone in clessidra, una sosta intermedia (due chiodi non vicinissimi). Sosta su due clessidre (una con cordone).
7° tiro (variante di uscita diretta): la via originale continua verso destra per poi salire un camino e giungere in cresta. Seguendo la variante ci si sposta un poco a destra doppiando lo spigolo, per poi salire per facili rocce erbose fino ad un grosso masso che si rimonta giungendo alla base di un camino. 25m, I, III, IV-; un chiodo, un cordone in clessidra. Sosta su due chiodi.
8° tiro (variante di uscita diretta): salire il camino fino al suo termine e proseguire per rampa erbosa a sinistra. 40m, IV-, I. Sosta su spuntone.
9° tiro (variante di uscita diretta): per facili rocce all'anticima. 40m, II.
Discesa: raggiungere la vetta per facili rocce e scendere nel canale a destra (ometti) fino ad incontrare una traccia orizzontale. Qui brevemente a sinistra fino a riprendere gli ometti che scendono lungo una rampa che sfocia in una prato. Da qui brevemente al sentiero che, seguito verso destra, riporta alla base del canale di partenza.

martedì 27 giugno 2017

Via della rampa

Teo sul 1° tiro.
Walter sul 2° tiro.
Teo e Walter sul 4° tiro.
Teo sul 5° tiro.
Sul 6° tiro.
Tracciato della via.
Sass de Mesdì - Odle
Parete S


Il diluvio che ci accoglie giovedì sera quando arriviamo alla funivia coll'idea di dormire in tenda per salire al rifugio venerdì mattina butta - è il caso di dirlo - parecchia acqua sul fuoco dei nostri entusiasmi. Restiamo in auto, io a dormire col volante tra le parti nobili, Teo solo poco più fortunato di me e Walter che si gode il sedile posteriore ed i nostri improperi ad ogni russata. Al mattino ci presentiamo al rifugio Firenze come tre zombie e saliamo ad attaccare la via, col tempo che man mano peggiora fino a scatenare un altro temporale... pochi minuti dopo il nostro rientro al rifugio! A volte bastano piccole soddisfazioni per ritrovare l'allegria!
Accesso: noi siamo partiti dal rifugio Firenze, che si raggiunge da S. Cristina in Val Gardena attraverso la cabinovia del Col Raiser (18€ A/R per soci CAI, con mirabolante sconto di 1€) e il sentiero n. 4. Dal rifugio si prende il sentiero n. 13 (indicazione ferrata del Sass Rigais) fino ad un bivio, dove si può scegliere la direzione da prendere. Secondo me il sentiero più interessante sale a sinistra (13b, indicazione Pera longia), che porta ad un altro bivio al cospetto della Gran Fermeda. Qui si prende a destra e si risale poco dopo il bordo del ghiaione per tracce, fino ad un sentiero più marcato che si segue verso destra. Si raggiunge così il Sass de Mesdì e si supera la Torre Kasnapoff (piccolo torrione che fa da avancorpo). Qui si risale il canale fino alla sella tra la Torre ed il Sass de Mesdì. Sulla destra si nota un evidente camino, il camino Trenker. Lì attacca la (variante alla) via.
Relazione: via con una seconda metà interessante e con roccia abbastanza buona, ma con alcuni tratti da verificare, soprattutto nei primi tiri. Ideale per le mezze giornate con tempo incerto per via del breve sviluppo e delle difficoltà moderate. Utile un kevlar singolo per rinviare un paio di chiodi schiacciati contro la roccia. La via originale attacca a destra del camino, lungo una fessura-camino obliqua, mentre noi abbiamo percorso un breve tratto iniziale dentro di esso per poi spostarci a destra e cercare la via originale.
1° tiro: salire il camino (un tratto faticoso se avete uno zaino) e superare il secondo sasso incastrato, uscendo su roccia mobile. Qui traversare decisamente a destra e salire in breve alla sosta. 30m, IV+, IV; due cordini in clessidra. Sosta su grande clessidra con cordoni.
2° tiro: spostarsi a destra abbassandosi brevemente fino a giungere ad una spaccatura verticale che si risale tenendo lievemente a destra fino ad una selletta (sulla sinistra) dove si sosta. 35m, IV+, III+; un chiodo. Sosta da attrezzare su spuntone. Dopo il primo tratto più verticale, si può anche stare un poco a sinistra (cordone poco affidabile su spuntone) e raggiungere la selletta dall'altro versante.
3° tiro: salire il camino sopra la sosta fin quando si allarga e diventa quasi un canale; non portarsi sotto il tetto, ma identificare un chiodo sulla destra (che userete al prossimo tiro) e spostarsi alla sosta a sinistra. 25m, III+. Sosta su clessidra con cordone.
4° tiro: in traverso a destra per scendere leggermente su facile terreno. Doppiare lo spigolo e continuare a destra fino ad un camino che si risale brevemente (spaccata) per sostare su un masso incastrato. 25m, III, IV-, IV+, IV; tre chiodi, due cordoni in clessidra. Sosta su due chiodi sul lato destro del camino.
5° tiro: spostarsi a destra della sosta e risalire una paretina, indi continuare lievemente in obliquo fino ad una nicchia. 25m, IV, IV+, III+; un chiodo. Sosta su due chiodi.
6° tiro: a destra per un vago spigolo, a proseguire poi lungo il camino fino ad una forcella. 30m, III. Sosta da attrezzare su spuntone.
Discesa: proseguire per roccette fino ad una spalla (ometto). Continuare per traccia verso nord fino ad una forcella dove si scende a destra lungo un canale per tenere ancora la destra lungo una rampa che taglia la parete (numerosi ometti lungo il percorso). Si giunge a dei prati e da qui in breve al sentiero di attacco.

venerdì 9 giugno 2017

Valtellina Superiore DOCG Le Urscele 2007 Renato Motalli

Tutte le volte che assaggio un vino di Valtellina sbatterei la testa contro un muro al pensiero di quanto poco io frequenti la zona, almeno dal punto di vista enologico! L'ultima occasione di aprire una bottiglia di quella valle mi è data dall'ovvio abbinamento con un piatto di pizzoccheri cucinatomi con cura da Daniela... e che abbinamento!
Siamo nella sottozona Valgella, nel comune di Teglio (a proposito di pizzoccheri). La cantina è piccola, ad impronta familiare, e l'affinamento avviene in botti di castagno (come usa anche la cantina ARPEPE). Dopo una decina di anni il vino è perfetto per essere degustato, e potrebbe attendere ancora. Il colore è un bel granato, al naso salgono decisi sentori di frutti rossi e note minerali e terrose.
Il palato mantiene la promessa, con una buona struttura e un'acidità non eccessiva. Buon equilibrio e complessità aromatica, con finale piacevolmente lungo. E tutto ciò ad un prezzo decisamente interessante. Valtellina, ci rivediamo presto!

lunedì 22 maggio 2017

Kimera

Antonella e Gianni sul 1° tiro.
Antonella sul 2° tiro.
Ancora loro sul 3° tiro.
Gianni sul 4° tiro.
E sul 6° tiro.
Tracciato della via. La foto originale della parete è © Google.
Parete striata (Muzzerone)
Parete S


Rivedere il Muzzerone dopo circa dieci anni fa un certo effetto. Ma se la compagn(i)a di allora faceva sì che l'arrampicata fosse un interesse tutto sommato secondario, stavolta è lo scopo precipuo di questo fine-settimana. Dopo un giorno di falesia non proprio entusiasmante e una notte quasi insonne, ci ritroviamo sulla parete striata in una domenica di tempo splendido, in quasi totale solitudine, a ripetere una via molto bella in ambiente fantastico. Da non perdere. E sperando di non aspettare altri dieci anni per tornare...
Accesso: da La Spezia verso Portovenere si giunge alla frazione Le Grazie, dove si prende via Canedoli a destra (indicazione palestra rocciatori). Si tiene la sinistra ad un paio di bivi e si parcheggia all'ultimo tornante prima del forte. Qui inizia un sentiero, dapprima pianeggiante fino ad un piccolo spiazzo e poi in discesa, che si segue fino ad una cabina elettrica ormai fuori uso sulla sinistra (casotto a pianta quadrata). Poco dopo si segue una traccia a destra (ometto), che scende verso il mare con corde fisse e una scaletta fino alla cima del pilastro della discordia. Ancora a destra a recuperare delle corde fisse un po' datate, che si seguono fino alla base della parete striata. Si prosegue in piano verso sinistra (faccia a monte) fino all'attacco della via (scritta). Mezz'oretta circa.
Relazione: via molto bella che risale l'estremità sinistra della parete, tra placche, diedrini e un paio di brevi strapiombi. Si arrampica in un ambiente spettacolare, tra i richiami dei gabbiani ed il profumo di timo ed erbe selvatiche. Chiodatura sempre ottima, solo lievemente più distanziata sul primo tiro. Portare solo rinvii.
1° tiro: salire per placche e muretti seguendo la linea di spit a sinistra. Dopo circa 30m, non andare ad una sosta verso destra, ma proseguire vicino al diedro sulla sinistra, uscendo sul terrazzo di sosta. 40m, 5c; quindici fix. Sosta su due fix con catena ed anello.
2° tiro: salire due placche separate da un terrazzo con albero e proseguire per breve diedrino da cui si esce sullo spigolo di sinistra. Una placca abbattuta porta alla sosta. 30m, 6a+ (un paio di passi); dodici fix, uno spit. Sosta su due fix con catena ed anello.
3° tiro: a sinistra della sosta a risalire un breve diedro, per proseguire poi lungo un secondo diedro e continuare per placca, dapprima a sinistra su rovesci e poi a destra per superare più facilmente gli ultimi passi. 25m, 6a, undici fix. Sosta su due fix con catena ed anello.
4° tiro: appena a destra della sosta a portarsi sotto lo strapiombo, superarlo e proseguire lungo un diedro, uscendone per un secondo strapiombo. 30m, 6b+, quattordici fix. Sosta su due fix con catena ed anello.
5° tiro: salire alcuni metri tra roccia e terra seguendo inizialmente la corda fissa, per portarsi poi verso sinistra fino alla sosta. 15m, III+, I; una corda fissa. Sosta su due fix (e, volendo, un chiodo).
6° tiro: salire la parete lavorata, aggirando a destra una zona con vegetazione, e superare un paio di brevi muretti. 40m, 6a (uno o due passi); quattordici fix (più qualche vecchio spit inutile). Sosta su due fix.
Discesa: scendere brevemente a sinistra (rispetto alla direzione di salita) fino ad incontrare una traccia che in breve riporta lungo il sentiero di andata.

mercoledì 10 maggio 2017

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi marzo-aprile 2017 (2608/10809)

Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2608 delle 8:02
(marzo-aprile 2015, 2016 e 2017).
Come sopra, ma per il 10809 (17:43).
Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2608
(gennaio-aprile 2015-2017).
Come sopra, ma per il 10809.
Andamento mensile dei ritardi per il 2608.
Come sopra, ma per il 10809.
Eccoci all'aggiornamento bimestrale sui ritardi ferroviari: complessivamente, i dati non sono molto diversi dall'ultimo analogo periodo, e potremmo finirla qui. Se vogliamo vederli nel dettaglio, c'è un lieve miglioramento nel 2608, la cui coda si stacca all'80% di probabilità contro circa un 73% del bimestre precedente, su un treno che è comunque migliorato rispetto al 2015... d'altra parte, a voler essere pignoli, il comportamento di quel 20% circa della coda della distribuzione dimostra che si può ancora migliorare nella la gestione dei ritardi...
Per il 10809, invece, la situazione resta patetica, senza grande differenza nei due bimestri; fortunatamente il caso pessimo scende a "solo" 35', ma la rilevanza statistica qui è decisamente bassa. Val la pena rimarcare ancora che in termini assoluti il dato del 2017 è vergognosamente peggiorato rispetto al 2016 e, nei casi peggiori, riesce persino a far rimpiangere l'osceno 2015. C'è da dire che i dati del 2016 sono peggiorati dopo aprile, quindi è possibile che si assista ad un allineamento... verso il peggio!
I dati aggregati per i primi quattro mesi confermano quanto sopra: bene nel complesso per il 2608, decisamente male per il 10809 che, tra ritardi alla partenza, e cancellazioni, è vergognoso: ridateci l'orario del 2016!
Dall'andamento mensile dei ritardi si possono trarre conclusioni analoghe: il miglioramento del 2608 rispetto all'anno scorso è evidente (media e dato al 50%), anche se il famigerato dato al 90% continua ad oscillare tra i 5 ed i 10 minuti. Nel pomeriggio, invece, non c'è verso di far andare le cose decentemente: media che si ostina a non scendere sotto i 5 minuti e oscillazioni vergognosamente alte nel dato al 90%, quasi a suggerire che il processo è totalmente fuori controllo.

sabato 6 maggio 2017

Mariposa libre

Sul 1° tiro.
Sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Teo sul 4° tiro.
Teo sul 5° tiro (notare i numerosi fix...)
Tracciato della via
(grazie a Diego e Teo per la foto della parete).
Cima alle Coste - Valle del Sarca
Parete E


Il programma elaborato nel canonico sabato sera da Diego prevedeva di salire Sesto grado, da cui un improvvido acquazzone mi aveva scacciato qualche anno fa. Tuttavia, pare che metà della popolazione della valle del Sarca si sia data appuntamento a Cima alle Coste per il giorno dopo, con ressa su Transeamus e Sottobosco e cordate ovunque, inclusa la "nostra" via. Dopo le imprecazioni e le considerazioni poco democratiche di rito, ci spostiamo sulla via più libera, con solo una cordata all'inizio del secondo tiro. Una salita nata un po' per caso, ma che regala belle soddisfazioni agli amanti delle placche, con un po' di giusta tensione per i fix non sempre ravvicinati.
Accesso: da Arco di Trento si segue la strada per Sarche, superando il paese di Dro. Dopo un paio di curve si prende a sinistra la deviazione con indicazione Lago Bagattoli, pesca sportiva, giungendo ad un parcheggio. C'è una sbarra: attenzione agli orari di chiusura. Pochi posti sono disponibili appena prima della sbarra (in alternativa si può usare il parcheggio di Dro; vedi relazione del diedro Martini). Si segue dapprima lo sterrato, tenendo la sinistra al secondo tornante e prendendo poi una traccia con ometti sulla destra, poco prima di uno spiazzo. Si sale nel bosco, si rimontano le placche e si segue la traccia fin quando non si avvicina alla parete. Poco a sinistra c'è l'attacco della via (targhetta con nome).
Relazione: bella via per amanti delle placche, anche se qui non si tratta di vera e propria aderenza come alle vicine placche zebrate, quanto piuttosto di placche lavorate. Chiodatura ottima nei tratti più difficili, ma abbastanza distanziata in quelli facili: utile quindi una certa familiarità con questi gradi. La roccia è tutto sommato buona, ma è necessario fare un po' di attenzione ad alcuni passaggi. Complimenti agli apritori, l'accoppiata Galvagni-Filippi, che l'hanno salita col trapano in mano! Percorso sempre ovvio tranne che al 5° tiro, dove l'incrocio dei fix rende un po' problematico capire dove si deve andare. Portare solo rinvii.
1° tiro: salire dritti superando un paio di facili saltini fino al muretto finale, che si può evitare stando lievemente a sinistra. 35m, 4c, 5c; sei fix. Sosta su due fix con cordone.
2° tiro: dritti sopra la sosta a spostarsi verso destra con passo delicato, per poi salire lievemente in obliquo verso sinistra a superare un muretto. Un gradino erboso porta alla sosta. 40m, 6a, 6a+/6b (un passo), 6a; nove fix Sosta su due fix con cordone ed anello.
3° tiro: dritti fino ad una cengia alberata, oltre la quale si prosegue lungo il bordo di una scaglia. Spostarsi a sinistra con movimento delicato e salire alla sosta. 35m, 5b; quattro fix Sosta su due fix con cordone.
4° tiro: portarsi a destra della sosta, salire brevemente e spostarsi a sinistra a superare un gradino. Si prosegue per placca, spostandosi poi a destra a prendere una concrezione rugosa e si continua fino alla sosta. 30m, 6a; otto fix. Sosta su due fix con cordone e maglia-rapida.
5° tiro: in obliquo vero destra a salire poi lungo il bordo di una lama rovescia. Si attraversa a destra al fix e si sale alla sosta, sotto il termine sinistro di un tetto triangolare. 25m, 5b, 5c (passo); due fix. Sosta su due fix con cordone.
6° tiro: si aggira il tetto a sinistra e si continua dritti fino alla sosta. 35m, 5b; sette fix. Sosta su due fix con cordone ed anello.
7° tiro: appena a destra della sosta fino ad un muretto che si supera spostandosi a sinistra. 40m, 5b; cinque fix. Sosta su due fix con cordone ed anello.
La via ha un ottavo tiro che non abbiamo percorso.
Discesa: in corda doppia sulla via o sulle numerose soste delle vie adiacenti.

mercoledì 3 maggio 2017

Elios

Sul 1° tiro.
Sul 2° tiro.
Teo all'uscita del 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Teo all'uscita del 7° tiro.
Tracciato della via
(grazie a Diego e Teo per la foto della parete).
Parete S. Paolo - Valle del Sarca
Parete E


Dopo che per il ponte del 25 aprile avevo finalmente inaugurato le falesie della valle del Sarca, era tempo di tornarci per un paio di vie. E così, passata meno di una settimana, eccomi di nuovo qui. Una via tranquilla... ma non troppo, con buone protezioni, ma che non si fa mancare qualche passo impegnativo e dal carattere piuttosto atletico, come si intuisce dall'affollamento nullo, a differenza della vicina Selene.
Accesso: da Arco si prende la strada che costeggia i Colodri e si raggiunge la cappelletta di fronte al bar-pizzeria La lanterna (possibile parcheggio più avanti sulla strada). Si segue indi il sentiero che sale verso destra, per piegare poco dopo a sinistra per una traccia (ometto) che in breve porta sotto la parete. Si prosegue ora brevemente verso sinistra fino a salire all'attacco di Selene (scritta e numerose cordate presenti). Appena a sinistra c'è l'attacco (scritta e schizzo con un sole).
Relazione: via molto bella che sale la parete S. Paolo proprio di fronte al ristorante La lanterna, con carattere un po' misto tra lo sportivo e l'alpinistico. La chiodatura è sempre ottima ed i passaggi più impegnativi sono protetti a fix, ma un paio di passi di VI obbligato richiedono un po' di decisione. Utile un BD3 per la fessura del 4° tiro. Roccia ottima.
1° tiro: salire la fessurina e traversare a sinistra su breve cengia per proseguire su una placchetta ancora verso sinistra. All'uscita si trova la sosta. 20m, V+, VI+ (passo); un fix, tre cordoni, due chiodi (uno con cordone). Sosta su due fix con cordone ed anello.
2° tiro: a sinistra della sosta a superare un muretto, proseguendo verso destra su placchetta e lama. Si sale brevemente in verticale per spostarsi a sinistra in placca ed uscire alla sosta su cengia. 30m, V+, V, VI+; tre fix, due cordoni in clessidra, due chiodi (uno con cordone). Sosta su due fix (uno con anello).
3° tiro: Salire a sinistra della sosta a superare un saltino, portarsi verso destra salendo in obliquo fino a doppiare uno spigolino e continuare lungo una placca fino al terrazzo di sosta. 20m, V+; due fix, due chiodi, due cordoni. Sosta su due fix (uno con anello).
4° tiro: salire verso destra puntando all'evidente fessura lievemente strapiombante e un po' untina, superarla e attaccare la successiva fessura, uscendone sulla destra. Una placchetta porta alla sosta. 20m, 6b+ (anche A0), VI-; due cordoni in clessidra, un fix, un chiodo con cordone. Sosta su due fix (uno con anello).
5° tiro: salire la placchetta puntando al cordone e traversare verso sinistra alzandosi lievemente. Un passo delicato ma ben protetto porta ad un diedrino lievemente aggettante da cui si esce a sinistra sul ballatoio di sosta. 20m, V+, 6a (passo), 6b (passo), VI-; due fix (uno con cordone), un chiodo, sei cordoni in clessidra. Sosta su due fix (uno con anello).
6° tiro: alzarsi brevemente a prendere una rampa verso destra, superare un muretto ed infilare un diedro con massi dall'aspetto un po' preoccupante, uscendone a sinistra su terrazzo. 20m, IV, V; due fix (uno con cordone), un cordone su pianta completamente secca. Sosta su un fix e cordini in clessidra.
7° tiro: traversare a sinistra e salire un diedrino uscendo in placca. Puntare verso sinistra a prendere una fessura strapiombante. All'uscita, sulla sinistra, c'è la sosta. 20m, VI-, 6a; due fix, due chiodi (uno con anello), due cordoni in clessidra. Sosta su un fix e cordini in clessidra.
8° tiro: salire a sinistra della sosta per spostarsi poi verso destra aggirando un pilastrino. Proseguire su placca uscendo a destra sul terrazzo di sosta. 25m, V+, IV; sette cordini in clessidra. Sosta su un fix e un chiodo.
9° tiro: salire a destra della sosta puntando al cordone, raggiungere un terrazzo e superare il breve strapiombino finale. 25m, III, V+ (passo); due cordoni in clessidra, un fix. Sosta su cordone su pianta.
Discesa: inoltrarsi nel bosco seguendo una traccia fino ad incontrare un evidente sentiero. Da qui due possibilità per raggiungere la stra sottostante: si tiene la destra, tenendo ancora la destra ad un bivio successivo, oppure si tiene la sinistra, tenendosi sempre verso la parete, fino ad incontrare un ripido sentiero che riporta sulla strada nei pressi de La lanterna.

venerdì 28 aprile 2017

Il clandestino

di Mario Tobino
Mondadori, Milano, 1962

Tutti gli italiani - al di fuori di un'esigua e imbattibile schiera [...] - erano responsabili di quella guerra. Le distinzioni tra i comuni cittadini erano pallide. Molti durante i vent'anni di dittatura dentro di sé o tra fidati amici, avevano imprecato o avevano scherzato sopra il fascismo, ma era un fatto di nessuna importanza, erano soltanto parole. Moltissimi poi avevano applaudito, avevano ufficialmente osannato alle vittorie, nelle Adunate si erano messi la maschera di invincibili guerrieri.
Poi era venuta la guerra mondiale e allora si era capito che la gloria era un affare ben diverso.
Le "oceaniche" adunate, le pacifiche e fiere parate militari, le divise di ogni forma e colore, la inebriante voce di Mussolini, i balilla, i moschettieri del Duce, erano stati una bella commedia, proprio congeniale alla generalità degli italiani. Anche i favorevoli tempi degli abissini, quei comodissimi e disarmati nemici, erano lontani. Ora la gloria costava la morte.
I primi tre capitoli di questo romanzo sono esemplari. Di fatto, non sono propriamente tali: preparano la scena al resto del libro e sono dedicati al 25 e 26 luglio e all'8 settembre del 1943. Lucidissima la disamina della situazione e del carattere degli italiani, che si riscoprono tutti antifascisti dopo la caduta del regime, per tacere della meschinità del famigerato proclama dell'armistizio e di una classe dirigente "composta da imbroglioni che avevano lanciato il paese in una guerra senza la minima preparazione militare". In questo quadro, a Medusa (leggi: Viareggio) riprende vita un'organizzazione clandestina (detta semplicemente il clandestino), le cui vicissitudini costituiscono il resto del romanzo. Tobino invero non è particolarmente interessato a raccontare i dettagli della guerra partigiana ed il dramma dei combattimenti, che sono sostanzialmente relegati nell'ultimo capitolo o in un paio di azioni sporadiche, ma sceglie di descrivere una presa di coscienza, il riconoscersi di tanti giovani e non, di diversa estrazione sociale, nella necessità di agire concretamente contro l'occupazione nazifascista. Così il giovane medico Anselmo, che l'otto settembre "ebbe il primo scossone. Il disastro dell'esercito, del fascismo, dell'Italia lo costrinsero a pensare" dandogli "la decisione di agire, di fare, di collaborare a distruggere un mondo dove si provava gusto a umiliare"; così Prini, Lorenzino, Roderigo, Rosa, ecc. ecc.
Il clandestino si rifà genericamente al comunismo, ed è noto come queste formazioni abbiano giocato un ruolo di primissimo piano nella Resistenza. Tuttavia, le descrizioni delle conversioni dei giovani alla fede comunista suonano a volte un po' ingenue, dall'avvocato che "vedendo meglio le ingiustizie e i vincoli in che il popolo era tenuto", fa "voto di dedicare le sue forze a liberarlo" e che "già a quel tempo era genericamente diventato comunista" al figlio del banchiere (!) che "confusamente ansimava di distinguersi in una causa bella" e a cui viene spiegato che "il comunismo è la più bella bandiera, l'unica" fino al calafato che viene guardato "con una sorta di invidia" dai giovani di estrazione più borghese (viene da pensare a Gli operai di Gaber). Per fortuna l'autore ironizza qua e là, su "il Partito, il vero, l'unico, l'autentico, il sacro", che "dava sempre la parola giusta".
Tobino è anche attento a rappresentare le diverse opposizioni al fascismo: i ragazzi del clandestino vagheggiano ispirazioni comuniste, l'ammiraglio Saverio è un monarchico, e se don Ambrosoni "non ha voluto capire. Non ha avuto coraggio di uscire dalla sua trincea" per unirsi al clandestino, don Filiberto rappresenta l'opposizione in seno alla Chiesa: "io voglio collaborare con voi; dall'altra parte c'è il male, lo voglio combattere" (come non ricordare don Pietro di Roma città aperta?). Il comportamento di questi giovani fa da contraltare all'ignavia del resto del paese, dove la gente si dedica al mercato nero o ai propri interessi, come il prof. Vanvitale, sodale dei fascisti che dà soldi al clandestino per ingraziarsi un possibile governo futuro, o il giudice che non si vuole compromettere: "ricordati come mi sono comportato, che ufficialmente ero sì dall'altra parte ma facevo il vostro gioco". Dall'altra parte c'è invece un ufficiale austriaco che "non era mai stato accecato dal nazismo" ed i fascisti nostrani, perlopiù amanti del manganello dipinti senza particolari qualità, dal cialtronesco Badaloni ai feroci Rindi e Nencini, fino all'abile Aimone.
Il clandestino si organizza, prende contatto con le forze alleate e con i comandi della Resistenza, riceve armi e munizioni, prepara la guerra partigiana. Il resto è quasi una conseguenza, descritta di una fretta che sa già della disillusione che si legge al principio del libro: "[...] credemmo che gli uomini fossero santi, i cattivi uccisi da noi [...]. Con pena, con lunga ritrosia, ci ricredemmo".