lunedì 28 maggio 2012

Osteria di Nerito Valter

Via Roma, 4
Cantello (VA)


Chi sapeva che il paesino di Cantello, poche migliaia di anime qualche km a est di Varese, è noto per la coltivazione degli asparagi? Dopo la doverosa ammenda, se capitate da quelle parti in maggio, vi raccomando di non perdere l'occasione di assaggiare i piatti preparati con questa pianta. A tal pro, nel centro del pese, con buone possibilità di parcheggiare nella piazza vicina, c'è l'Osteria di Nerito Valter.
Locale del tipo trattoria di una volta, ingresso con bancone e due salette con i coperti, tavoli e sedie "in stile", menu presentato su un foglio e che include non più di 4 o 5 scelte per ogni portata, lista dei vini abbastanza scarna, ma con alcune proposte interessanti. Questo il biglietto da visita del locale, che diviene decisamente interessante quando arrivano in tavola i piatti! Segnalo, tra quello che abbiamo preso, una quiche agli asparagi come antipasto, delle crespelle (agli asparagi, ça va sans dire...), un agnello senza asparagi ma con patate al forno, e ovviamente il classico piatto di asparagi bianchi di Cantello con uova e burro. Tutti ottimamente cucinati, inclusi i dolci, tra cui uno zuccotto alla frutta e una versione del bonet piemontese. Cortese e celere il servizio, complice forse il fatto che non vi era troppa gente.
A pochi km c'è il valico per la Svizzera di Gaggiolo, se volete completare il tutto con un giretto oltre confine.

venerdì 18 maggio 2012

Requiem per Elpida

A febbraio Elpida, un produttore giapponese di DRAM, ha dichiarato fallimento. La notizia non sarebbe particolarmente interessante (a parte per i lavoratori coinvolti, ovviamente) se non fosse che se ne va così l'ultimo campione di un paese che aveva dominato l'intero settore delle DRAM negli anni '80. Contatti sono in corso con Micron (l'azienda americana che ha già acquisito Numonyx di Agrate Brianza nell'indifferenza della stampa e dei campioni dell'industria nazionale) per un'acquisizione a prezzo di saldo. Come è stato possibile? Per tentare di capirlo, proviamo a "ripassare" un po' quel che è successo in questo settore.
Partiamo dagli inizi: cos'è una DRAM? Chiunque abbia mai degnato un PC di un'occhiata un po' più approfondita di quella che gli dedica l'utilizzatore medio di Windows probabilmente lo sa. Detta in maniera semplice, si tratta della memoria "di lavoro" del PC, dove sono memorizzati i dati e i programmi che sono utilizzati dal processore. La memoria è, come si suol dire, "volatile", ovvero perde i dati quando l'alimentazione è rimossa, ed è di tipo "dinamico", ovvero memorizza i singoli bit sotto forma di carica elettrica su un condensatore.
L'idea di usare un condensatore (integrato su silicio) per memorizzare un singolo bit sovvenne a Bob Dennard, IBM, nel 1968. Grazie a questa idea, la dimensione della "cella elementare" di memoria si è ridotta sensibilmente rispetto alle soluzioni precedenti, permettendo un aumento di capacità di memoria ed una riduzione del costo unitario (legato all'area di silicio). Da allora, la capacità dei chip di DRAM è passata da qualche kb negli anni '70 a 1-4 Gb oggi, con un incremento di un fattore 106 in circa 40 anni. Mica male, no?
Negli anni '70 la tecnologia DRAM è sostanzialmente made in USA (anche per via del forte legame con la Difesa). Intel realizza la prima DRAM da 1Kb nel 1971 (la 1103, con tecnologia a tre transistori MOS), e sempre americane sono le generazioni successive da 4 e 16 Kb, ad es. di TI e Mostek. Quest'ultima azienda, in particolare, aveva inventato il multiplexing degli indirizzi ed arrivò a detenere più dell'80% del mercato mondiale delle DRAM alla fine degli anni '70, ma non riuscì a sviluppare le generazioni successive (o non vi riuscì in tempo) e fu infine acquisita.
Gli anni '80 sono certamente gli anni del Giappone! In effetti il paese del sol levante aveva iniziato la produzione di semiconduttori già negli anni '50, ma il suo peso diventa dominante verso la fine degli anni '70 grazie ad un fortissimo programma di sostegno economico di lungo periodo da parte del governo (che spende una volta e mezzo quello degli USA!) e all'esistenza di un forte mercato interno. Inoltre le compagnie giapponesi sono integrate e non sono pure semicondutor players (es. Toshiba, NEC, Hitachi). Nel 1978 Fujitsu realizza la DRAM da 64 Kb, raggiungendo i concorrenti americani e contribuendo a portare lo share giapponese di mercato delle DRAM al 50%; insieme a Mitsubishi sono leader nelle 256Kb; nel 1982 c'è il sorpasso. Nel frattempo, il quadro stava mutando: il mercato dei computer era in espansione e trascinava quello delle DRAM che, d'altra parte, avevano (e hanno) bisogno di sempre più ingenti investimenti di capitali per lo sviluppo del nodo tecnologico successivo. Solo i primi arrivati nella corsa tecnologica hanno speranza di recuperare le spese; per gli altri la situazione diventa drammatica perché introducono il prodotto quando il prezzo è già sceso. In questo contesto, le aziende giapponesi scatenano una guerra dei prezzi senza precedenti, riducendo i costi dell'80% in due anni! Intel esce dal mercato delle DRAM nel 1983 - dopo forti perdite - per concentrarsi sui processori (una scelta che si rivelerà vincente); così fanno altre aziende americane (AMD, National Semiconductor, Motorola). Nel 1987 i primi tre produttori mondiali di DRAM sono giapponesi.
Fig. 1: Market share delle DRAM.
U=USA, J=Giappone, K=Corea
Ricordo amici raccontarmi dei bei tempi alle conferenze di Microelettronica, con i partecipanti giapponesi seduti in ultima fila che sistematicamente si alzavano per fotografare ogni slide delle presentazioni (nota: la pratica è proibita). Forse anche da qui nasce il luogo comune dell'industria giapponese che "copiava"; fatto sta che quelle stesse aziende, se copiano, si modernizzano ed innovano anche! Il successo non è solo conseguenza di pratiche di dumping: i sistemi step & scan, la tecnologia RIE, la prima  generazione CMOS da 1Mb (Toshiba) sono solo tre esempi di un processo tecnologico praticamente perfetto, che produceva in massa DRAM con prestazioni superiori a quella americane per il mercato dei mainframe.
Gli anni '90 vedono un nuovo cambio del mercato, che si sposta dai mainframe al PC. Le DRAM diventano una commodity e la richiesta muta: non più memorie ad altissime prestazioni (anche 25 anni di funzionamento garantito!), ma principalmente basso costo ed alta densità. Si tratta quindi di raggiungere uno standard minimo di qualità con il processo più semplice (quindi meno costoso) possibile, e di aumentare la resa. Le aziende giapponesi non ci riescono. Perché? E' difficile cambiare una cultura e spostarla agli antipodi, è difficile passare dall'avere come obiettivo la massima prestazione, anche ad un costo maggiore, all'avere il minimo costo, con prestazioni "sufficienti". Le aziende giapponesi usano il 30% delle maschere in più, e non riescono a semplificare il processo. E' l'inizio del declino, causato dallo stesso fattore che le aveva portate al successo (da un certo punto di vista, questa è la stessa cultura di Intel, che ha però il vantaggio di operare in un settore, quello dei microprocessori, che è tutto meno che una commodity). A ciò si aggiunge una forte crisi del mercato interno giapponese negli anni '90 e l'agguerrita concorrenza di coreani e taiwanesi. Nel 1999 NEC e Hitachi formano Elpida, in cui confluisce anche Mitsubishi nel 2003.
Si può dire che i '90 sono gli anni della Corea e di Taiwan. La strategia è la stessa seguita dal Giappone: forti finanziamenti statali e grande diversificazione che consente accesso ai capitali (si pensi a Samsung o a Hyundai, che poi cederà la parte di semiconduttori formando Hynix insieme a LG). Tuttavia il mercato interno coreano è inesistente, e l'ottica è rivolta sin dall'inizio al mercato internazionale delle commodity. Samsung inizia con il 64Kb su licenza Micron nel 1983 con un ritardo di 5 anni sulla concorrenza; nel 1990 ha colmato il gap con il 16Mb; nel 1992 è leader di mercato, posizione che credo non abbia più lasciato. Seguendo l'esempio, nuovi produttori di DRAM nascono a Taiwan (Nanya, Promos, Powerchip, Winbond).
E le aziende americane? TI esce dal mercato vendendo a Micron nel 1998 (qui dentro c'è il plant di Avezzano), IBM lascia l'alleanza con Siemens e Toshiba nel 1999. Micron resta l'unico produttore di DRAM negli USA. La quota di mercato USA rimane comunque intorno ai 15-20%, a testimonianza di un miglioramento di caratteristiche e prezzi delle loro DRAM.
Fig.2: Come Fig.1, ma relativi al 2011.
T=Taiwan
Negli anni 2000 Toshiba esce dalle DRAM, lasciando il "cerino giapponese" ad Elpida. Il consolidamento del mercato prosegue, la competizione è terribile ed i margini piccolissimi, se non nulli o negativi. Nel 2009 se ne va Qimonda, l'ultima compagnia europea di DRAM; le compagnie taiwanesi sono una generazione indietro rispetto ai primi e navigano in cattive acque. Il resto è storia recente.

Mentre Elpida si avvia allo Yomi, rivolgiamo un brindisi di sake ad un'industria che sembrava invincibile, ma che ha lasciato molte cose in eredità a chi continua lo sviluppo delle memorie a semiconduttore, ormai entrate a tutti gli effetti nel regno della nanoelettronica.




Bibliografia (accessibile liberamente via internet)
J. Kang, A study of the DRAM industry, MS thesis, MIT (2010).
T. Yunogami, Mistake of Japanese semiconductor industry, The AZo J. Mat. online
The Great Escape, Part II: How These Companies Exited the DRAM Business, Denali memory blog

domenica 13 maggio 2012

Franco Dolzini

I torrioni Pertusio e Ratti dal sentiero delle Foppe
Partenza del primo tiro
Secondo tiro
Il tratto-chiave del terzo tiro
Piramide Casati - Grignetta
Parete O

Ieri, finalmente, una giornata di fine-settimana con previsione meteo incoraggianti (al contrario di oggi). Con Giancarlo decidiamo che la nostra meta sarà la Piramide Casati in Grignetta; lì ci sono parecchie vie che vanno dal IV+ fino al VI+ e oltre, più che sufficienti per le nostre tranquille ambizioni. In realtà, un paio sono le vie che mi interessano particolarmente su questa parete: Donna Mathilde e Franco Dolzini, e oggi sono intenzionato a provare la seconda.
Accesso: noi siamo saliti dal sentiero delle Foppe per fare una via al Torrione Pertusio al ritorno. Superato il Rif. Rosalba salire ad un primo colle dove compare alla vista la piramide Casati; date un'occhiata alla ressa di cordate sotto lo spigolo Vallepiana e godetevi il fatto che non troverete nessuno sulla via, né avrete probabilmente altre cordate a vista d'occhio. Seguite il sentiero senza scendere fino ad un secondo colle, ed imboccate subito dopo una traccia sulla destra in corrispondenza di un torrione. Superate un tratto con corde fisse e scendete il canale contornando la torre Vitali; superate l'attacco della via Sara (scritta) e raggiungete la parete O. Risalite le roccette oltre la fessura Gasparotto fino a notare due fittoni resinati sulla parete. Siete arrivati.
Via: bella e impegnativa, da non sottovalutare per le protezioni non proprio generose rispetto alle sue "sorelle" su atri torrioni. Non aspettatevi più di uno-due fittoni e altrettanti chiodi (talora poco affidabili) per tiro. Utili friend medi, ma serve... "pedalare" sui gradi facili. I fittoni sono comunque piazzati in modo intelligente, ad  evitare gravi danni in caso di caduta. Soste attrezzate con due resinati.
La mia valutazione dei tiri:
1°: partenza VI- (ben protetto con due fittoni), poi a destra a risalire un diedro o la placca al suo esterno, più facile (V-) fino alla sosta (in comune colla Gasparotto).
2°: a sinistra obliquo fin sotto un tratto verticale. V, con protezioni un po' lontane.
3°: salire a sinistra fin sotto un tetto (a volte un po' bagnato) che si aggira a sinistra salendo poi una fessura. E' il tiro-chiave, VII- e VI. Due fittoni nella parte più difficile.
4°: ancora verso sinistra, poi un tratto facile e non protetto fino ad un saltino finale che adduce alla sosta, V+.
Da qui ci si sposta ad un'altra sosta da cui si può prendere il tiro della variante Molteni alla Gasparotto che conduce in vetta. Noi, che avevamo lasciato gli zaini alla base, ci siamo calati lungo la via. Bastano due calate con mezze corde da 60m.

domenica 6 maggio 2012

Primitivo di Manduria Dunico Millenium 2000 Masseria Pepe

Apulia felix

La storia del Primitivo di Manduria è abbastanza curiosa: vino tradizionalmente considerato da taglio, ha ritrovato recentemente la dignità che gli spettava anche grazie alla scoperta della sua affinità con lo Zinfandel d'oltreoceano. Ricordo quindi di aver chiesto anni fa ad Andrea di recuperarmi questo vino durante uno dei suoi ritorni periodici alla terra natia e ieri, cogliendo l'occasione di un pranzo nella casa nuova di Matteo, vado a verificarne le condizioni dopo ben 12 anni. I miei timori sono fugati non appena il vino si è ben ossigenato, ed i sapori di frutti di bosco pervadono le narici ed il palato, con una buona  persistenza. L'annata 2000 ha prodotto un bel 14°, che si sentono in tutta la loro forza e complessità facendone un vino per piatti di carne o selvaggina, e che si sono adattati perfettamente al clima di questo fine-settimana di pioggia che ha abbassato sensibilmente le temperature. Dopo questi "assaggi" (si fa per dire; in due ci siamo praticamente scolati tutta la bottiglia...) la voglia di tornare a passare le vacanze in sud Italia sale a livelli difficilmente contenibili!

mercoledì 2 maggio 2012

Addenda corrigenda ed aggiornamento al 1968 della guida "Alpi orobie"

di Ercole Martina
Club Alpino Italiano, 1969

L'infausta storia del volume Alpi Orobie della collana Guida dei monti d'Italia del CAI-TCI è nota: iniziato nel 1938, il volume fu poi abbandonato e ripreso quasi vent'anni dopo, estendendo, ma non modificando in modo sostanziale, il nucleo originario, e senza consultare i "locali" che avrebbero potuto fornire un valido contributo. Il volume, uscito nel 1957, nasce quindi già vecchio.
Dopo alterne vicissitudini, dieci anni dopo, il CAI pubblica questo opuscoletto che si propone - come recita il titolo - di supplire ad alcune lacune e dimenticanze; esso è pertanto compagno inseparabile della guida suddetta. Pur essendo molto sintetico e sostanzialmente limitato alle vie mancanti nel volume originario, è decisamente più preciso nelle descrizioni e nelle valutazioni, utilizzando in modo consistente la scala che sarà poi la UIAA (pur con cifre arabe). Anche in questo caso, vado ad elencare le poche vie alpinistiche con difficoltà superiore al V grado (che probabilmente oggi sarebbero valutate intorno al VI) e che non erano presenti nell'edizione del 1957. Quasi tutte si trovano anche su 88 immagini per arrampicare. Se qualcuno ha notizie più precise su questi itinerari, si faccia vivo!

- Sfinge (Pizzo tre signori), parete S (Dell'Oca, Bottani, Passerini, Romegialli, Botta, 1964), VI
- Dente di Mezzaluna, spigolo E (S. e N. Calegari, F. Nodari, 1956), V+
- Secondo dente della vecchia, parete NO (Caneva, Angelini, 1957), VI (ma la descrizione parla di una staffa per superare un passaggio)
- Monte Cabianca, diedro O-NO (Calegari, Sugliani, Farina, 1968), V e A1
- Pizzo Poris, parete N (Arrigoni, Agazzi, 1959), VI
- Pizzo Poris, parete O (S. e N. Calegari, Farina, Benigni, 1963), V+ e A2
- Diavolino, diedro NE (S. e N. Calegari, Poloni, Farina, Facchetti, Benigni, 1962), V+

martedì 1 maggio 2012

Nanotecnologie ed occupazione

Inizio a scrivere questo post la sera del primo maggio, e non posso far altro che parlare di lavoro. Poiché, poi, mi occupo di ricerca in nanoelettronica, cercherò di connettere le due cose. La prendo alla lontana: in quale sito di studio legale italiano trovereste dei dati sulla relazione tra nanotecnologie ed occupazione? Qui da noi i legali si occupano di cose serie: difendere politici dalla magistratura, separazioni, sinistri e amenità varie. Su questa pagina di uno studio legale di Washington, invece, si riportano alcune presentazioni di un incontro di novembre 2011 su "Nanotech and jobs". Alcuni dati e figure sono piuttosto interessanti, e li riporto di seguito (non senza invitarvi a guardare le presentazioni originali).
Fig. 1, from H. Flynn slide #11

Fig. 2, from D. Jamison slide #4

Fig. 3, from R. Rung slide #4

Fig. 4, from D. Jamison side #11

Fig. 5, From H. Flynn slide #10
Dopo un'affermazione forse ovvia, ma interessante da ripetere, "Nanotech is not its own industry or market but rather an enabling technology that enters and enhances many different industry value chains", H. Flynn mostra alcuni dati (Fig. 1) sui posti di lavoro del settore manifatturiero USA dovuti alle nanotecnologie negli ultimi anni, fino ad arrivare ad una previsione di circa 3 milioni di posti previsti nel 2015. E' vero che questi posti non sono esattamente "creati" dalle nanotecnologie, ma sono ad esse associati (come, non è specificato), ma il numero è francamente impressionante (e forse un po' esagerato).
Nella presentazione di D. Jamison, di un gruppo di investitori in aziende nanotech, si trovano altri dati, limitati però alle "loro" aziende (Fig. 2). Dei tre settori in cui le nanotecnologie sono più attive, la maggior parte (80%) dei posti di lavoro creati negli anni 2004-2010 è legata alle applicazioni in campo elettronico. Un dato per certi versi simile, ma più articolato si ritrova nell'ultima presentazione di R. Rung, che evidenzia la variazione dell'impiego e il salario annuo nei vari settori. Il settore col salario migliore, e quello col maggior numero di occupati, è il primo della lista, Computer and electronic, a testimonianza della sua rilevanza (anche se questi dati fanno vedere una diminuzione del numero di occupati nel periodo considerato intorno al 10%).
Finisco con un paio di figure, ripercorrendo all'indietro le presentazioni: sempre da D. Jamison pesco la Fig. 5, sulle curve di penetrazione delle diverse tecnologie: le cosiddette nanotecnologie sono già una realtà per il 30% delle case USA; per una tecnologia "del futuro" non mi pare un cattivo risultato!
Infine, un dato sulla spesa pubblica nel settore nel 2010 (Fig. 5). Le curve azzurre sono calcolate a pari potere d'acquisto (purchasing power parity, PPP). Cercate l'Italia e fate le vostre considerazioni. Nelle slide originali ci sono altri dati relativi agli investimenti di imprese; lascio a voi andarli a vedere e, se volete, commentarli!

I punti di Berti

La calzata delle scarpette...
La seconda (scomoda!) sosta
La placca del 3° tiro
Sulla placca del tiro-chiave
Monte Piezza
Parete S

Dopo le (poche) arrampicate su calcare fatte quest'anno, decidiamo finalmente di incunearci nella Val Masino e verificare un po' di aderenza su granito. Giunti al cospetto delle rocce intorno al Sasso Remenno, ci troviamo di fronte a copiosi rivoli d'acqua da esse dipartentesi, che ci inducono ad una rapida consultazione della guida del Gaddi. Dopo breve consulto, ci si dirige alla valle di Predarossa, parete S del Monte Piezza.
La via I punti di Berti è la più facile della parete (e quindi adatta al livello delle cordate), ma non fatevi ingannare dalla scala francese usata dal Gaddi: la protezione è sì a spit, ma piuttosto distanziati sui gradi facili (buona, invece, sul 6° tiro). Anche le lunghezze dei tiri riportate in quella, pur ottima, guida non corrispondono affatto a quanto abbiamo trovato noi. In rete si recuperano comunque parecchie relazioni, tra cui quella degli apritori e quella su Mountaincafe (quest'ultima ha un percorso più dettagliato, ma la posizione delle soste è differente da quanto abbiamo trovato noi).

La mia valutazione dei tiri:
I: passo di V+ all'inizio
II: sono salito a sx della sosta; V+
III: passo di 5a sulla placca
IV: placca facile, IV-IV+; tiro lungo e poco protetto
V: passo di V
VI: fessura e placca di 5c, forse due passi di 6a

Vi è poi un ultimo tiro non attrezzato che sale fino ad un chiodo e aggira a destra un muretto, fino ad una sosta su spuntone (mah...). Io, senza relazione, sono salito a sinistra del muro per poi tornare indietro con qualche difficoltà. Tiro sconsigliato, peraltro non presente nella relazione originale.
Commento finale sulla posizione delle soste, tutte sistemate in modo incredibilmente scomodo su placca, spesso a un paio di metri da comode cenge o terrazzi. Chissà cosa passa nella mente di chi sistema due spit con cordone ed anello...