mercoledì 27 marzo 2013

Frecce perdute (con variante di Ivano)

Sul 1° tiro

Giancarlo sul 2° tiro

Sul 3° tiro

Giancarlo sul 3° tiro

Tracciato della via
Antimedale
Parete SE


Antimedale... quante volte ci sono stato agli inizi della mia "carriera" (si fa per dire...) di quasi-alpinista-arrampicatore? Salite tutte le vie con gradi accessibili al sottoscritto - e non sono molte - non mi era rimasto che spostare i miei interessi da altre parti, e da un paio d'anni almeno non visitavo la parete - senza grossi rimpianti, a dire il vero, ché la sua alta frequentazione ne sconsiglia vivamente l'approccio, soprattutto sulle vie Chiappa e Istruttori. Ma a ben vedere c'era ancora qualcosa che mancava all'appello... la variante di uscita di Frecce perdute, che prometteva una bella arrampicata su placca senza troppi patemi d'animo. Il solito tempo infame del fine-settimana ci fornisce l'occasione per colmare la lacuna; si va. La via, assai breve, è molto piacevole e varia e decisamente consigliabile, oltre ad essere un po' meno frequentata delle sue vicine.
Accesso: da Lecco si segue la vecchia strada per Ballabio e la Valsassina (SP62) per prendere a sinistra via Quarto all'altezza di un tornante verso destra. Al successivo slargo si sale per una ripida strada fino ad un tornante verso sinistra dove si parcheggia (sempre che si trovi posto; poco più avanti la strada è sbarrata). Si prosegue a piedi e, al successivo tornante, si prende il sentiero sulla sinistra, seguendo da qui in poi le indicazioni Antimedale e Ferrata Medale. Il sentiero sale ad aggirare le reti paramassi ed esce dal bosco in corrispondenza del canale di sfasciumi dell'Antimedale. Qui si lascia il sentiero (che conduce alla ferrata del Medale) e si segue la traccia in salita che conduce alla parete, si superano gli attacchi delle vie Istruttori e Chiappa (scritte e folla di cordate alla base) e si prosegue fino ad un pilastro che costituisce il margine sinistro della parete, dove parte la via. Appena a destra dell'attacco ci sono i (cattivi!) monotiri della falesia.
Relazione: quattro tiri risolvibili in tre per maggior comodità, tra strapiombi e placche intervallati dal secondo tiro che interrompe la continuità. Protezioni buone a fittoni e chiodi; sostanzialmente inutili friend o altro, a meno che non vogliate "esagerare" ed integrare qualcosa sul primo tiro. Soste su due fittoni, catena ed anello di calata.
1° tiro: si sale in verticale per attraversare poi verso destra sotto uno strapiombo e continuare a salire, superando una placca e un tratto in un diedro-fessura in leggero strapiombo fino a spostarsi sulla sinistra e raggiungere il terrazzino di sosta; 40m, 6a (un paio di passi), 7 chiodi, 6 fittoni. Tiro molto bello e continuo.
2° tiro: salire sopra la sosta e aggirare il pulpitino sulla sinistra, spostandosi poi verso destra per salire fino alla sosta nel canale. Non spostatevi troppo a destra o rischiate di dover salire il canale friabile invece di una placchetta, con gran gioia del vostro compagno in sosta; 20m, 4b, 3 fittoni, 1 chiodo.
3° tiro: a destra della sosta a salire una bella placca con fessure. Continuate dritti seguendo i fittoni ignorando il terrazzino colla sosta alla vostra destra (dopo circa 20m - da usare se scegliete l'uscita originale di 5b). Proseguite sempre su una bellissima placca fin quasi al suo termine, dove ci si sposta lievemente verso destra e si raggiunge la sosta; 35m, 6a (5c fino alla sosta intermedia), 5 fittoni, 4 chiodi.
Discesa: salire per una decina di metri su roccia facile ma non propriamente solidissima fino ad incrociare la corda fissa del sentiero di discesa. Seguirlo verso sinistra fino al canale che si discende fino al punto di partenza.
Rientrati a casa, scopro poi che nei dintorni ci sono ancora almeno un paio di vie non ancora ripetute (da me, ovviamente), più una via nuova: ci rivedremo; l'Antimedale riesce ancora a regalare delle buone sorprese!

domenica 24 marzo 2013

Alberto Vitali (1898-1974)

...passo buona parte dei miei giorni in campagna, una frazione del comune di Bergamo ad un'ora di cammino dalla città e, quando vi sono, se non fossero di mezzo i guai della pittura, tra quella gente che parrà al primo capitato grossolana e volgare, a me che da tanti anni la frequento appare, a tratti, di remota verginità e, talvolta, mi sono concessi attimi di felicità. Purtroppo il senso autocritico addirittura inumano non mi ha concesso, dopo tanti anni di studio, che fugaci o meglio nulle soddisfazioni personali. Mi considero come pittore, quasi mancato [...]. Un mio orgoglio, giacché non ne sono del tutto esente, è l'amore all'arte nel quale non mi ritengo secondo a nessuno.
dalla Lettera a Mino Maccari, 1931
Basterebbero queste parole, insieme ai suoi quadri, incisioni e acquerelli, per restituire l'immagine di Alberto Vitali e rendere superflua ogni aggiunta, soprattutto se di mano assai "profana" come quel che segue, ma recentemente ho recuperato l'ultimo dei libri che lo riguardano, mi sono immerso nuovamente nel suo mondo e ho deciso di mettere ordine nei miei pensieri.
Il mio primo "incontro" con Vitali è merito di Amedeo, che nel corso di tantissimi pomeriggi di "iniziazione" mi mostrò alcune incisioni e ritratti accompagnati da un accorato racconto della vita e della "persona" Vitali, come può fare solo chi gli fu discepolo e amico. Da quei racconti emerge una personalità per certi versi straordinaria, capace di intraprendere una ricerca artistica di prim'ordine in un ambiente certamente non favorevole, conscia del proprio valore quanto del proprio isolamento culturale - troppo superiore, Vitali, rispetto all'ambiente che gli stava intorno, la Bergamo degli anni '30 del Novecento - e sempre costretta a fare i conti con una nera miseria e con la mancanza di vero "successo", nonostante i numerosi e prestigiosi riconoscimenti critici.
Proprio Amedeo cura la catalogazione delle incisioni di Vitali e la pubblicazione del bel volume relativo, Le incisioni di Alberto Vitali, Bolis, 1973, colle riproduzioni delle 124 incisioni realizzate tra il 1929 e il 1951. I vicoli di Città Alta, le scene di lavoro, qualche ritratto e natura morta occupano gran parte del primo periodo di Vitali, dal 1929 al 1934. Quando riprende le incisioni, nel 1941, i temi si spostano lievemente: ritratti dei familiari o autoritratti, paesaggi di campagna, le bellissime meditazioni sui fiori. Anche il "segno" appare diverso, più rotto, impetuoso e accentuato dalla morsura che evidenzia i neri. Le lastre sono state tutte distrutte: Vitali le riutilizzava "raschiandole", non potendo permettersi di acquistarle ogni volta, e le poche restanti furono da lui stesso gettate nel punto più profondo del lago d'Iseo. Se aggiungiamo poi che le tirature sono limitate a sei, sette esemplari, a volte meno (solo nove incisioni sono tirate a poco più di dieci copie e una sola a quindici) ci rendiamo conto di quanto l'aspetto economico dell'arte fosse alieno a Vitali, che pure raggiunse livelli altissimi, tanto da poter contare su estimatori del calibro di Bartolini e Morandi, per citarne un paio.
Un anno dopo la morte, nel 1975, Bergamo rende omaggio alla figura del suo cittadino con una mostra a Palazzo della Ragione. Il bel catalogo con introduzione di Raffaele De Grada (Alberto Vitali, Bolis, 1975) e uno scritto rivelatore di Amedeo permette di riscoprire l'Alberto Vitali pittore, riporta alla luce quadri che perfino i concittadini (o almeno quelli più disattenti, che poi sono spesso la maggior parte) avevano (hanno?) dimenticato, capolavori come (cito da una lista che sarebbe lunghissima) Siccità, Paesaggio bergamasco, Il mendicante, Interno con figure. Ai critici il gioco dei rimandi agli "ispiratori" di Vitali (Cezanne, Carrà, Rosai e altri sono stati proposti...) e lo studio delle sue affinità con il gruppo di Novecento; per me l'amore per la realtà e la plasticità delle forme sono mediate da una sensibilità personalissima, cui si aggiunge una dimensione materica del quadro e dei bellissimi colori che rimandano alla formazione artigiana dello stesso Vitali, già intagliatore di mobili dopo le scuole elementari e poi corniciaio e restauratore di quadri. Doverosa poi qualche riga sulle "mascherate", preannunciate dalla fantastica incisione con Arlecchino nella Piazza Vecchia di Bergamo del tutto deserta del 1931 e svolte dal 1937 al 1956 (se non erro). Certo, il tema del Carnevale e delle maschere è tutt'altro che nuovo nella storia dell'arte, ma qui si respira una sorta di inedito spaesamento, senza gente festante, colle maschere sole quasi estraniate, mondo fantastico e un po' dolente che ripopola la Città Alta in assenza dei suoi consueti e chiassosi abitatori.
Dopo il 1960 Vitali riduce quasi del tutto la sua produzione pittorica, rispondendo col silenzio ai mutamenti di un mondo in cui non si riconosce e che gli appare dominato dall'aspetto commerciale (come non fare un paragone che molti giudicheranno "profano", per me che frequento la montagna, col gesto di Bonatti del 1965?). Fa eccezione, però, la serie degli acquerelli dell'Engadina, dal 1968 al 1971, raccontati nel libro di Vanni Scheiwiller (Acquerelli d'Engadina di Alberto Vitali, Scheiwiller, 1984, uscito nello stesso anno della mostra milanese per il decennale della morte). È ancora Amedeo che ci racconta la genesi delle opere, l'ospitalità di un amico di Vitali che gli fece conoscere il paesaggio svizzero tramite una serie di soggiorni a Soglio, Sils, Poschiavo, Samaden e altre località. Distillati di colore puro, cielo, montagne, laghi, gli acquerelli svizzeri testimoniano il ritorno dell'amore mai sopito per l'arte e per la natura, che si risvegliava prepotentemente al di fuori di una "logica" in cui l'artista non si riconosceva più. In uno degli ultimi acquerelli, del 1971, ricompare infine Arlecchino, che gioca con dei bimbi indicando uno stormo di uccelli nel cielo. Di lì a poco sopraggiungerà la malattia e, nel 1974, la morte.
Un anno dopo la mostra di Milano, anche Bergamo omaggia Vitali con una mostra sui suoi acquerelli. Il catalogo contiene tre brevi estratti di articoli (di cui uno dal libro di Scheiwiller) e una decina di riproduzioni in bianco e nero; il libro precedente resta tuttavia assai più completo al riguardo.
La bibliografia su Vitali potrebbe tranquillamente fermarsi qui, almeno fino ad oggi. Ci sono però altri due libri di Fernando Rea, relativi ad esposizioni in gallerie private: il primo (Galleria S. Marco, 1984) è il catalogo dell'esposizione bergamasca che si tenne in parallelo a quella organizzata a Milano al Palazzo della Permanente nel 1984, decennale della morte di Vitali. Premesso che chiunque capirebbe l'inopportunità di organizzare due mostre sullo stesso artista in contemporanea e a 50 km di distanza (il fatto che la mostra sia in una galleria privata genera sospetti di natura "commerciale") e che in alcuni passaggi del libro si leggono in controluce piccole rivalità prive di senso, oggi e forse anche allora, questo libro può avere un suo interesse per chi voglia "arricchire" il catalogo iconografico dei quadri di Vitali (ci sono riproduzioni a colori diverse da quelle presenti in De Grada) e perché aggiunge comunque alcune informazioni biografiche e bibliografiche; le stesse motivazioni si possono esporre per l'ultimo libro (Galleria d'arte Bergamo, 1989).
A quasi quaranta anni dalla morte, Alberto Vitali rappresenta certamente uno dei maestri della pittura italiana del Novecento, a torto sottovalutato anche a causa del suo esilio volontario. "Artista" nel senso più vero del termine, ha sempre seguito con la più strenua intransigenza il suo ideale d'arte, nel rifiuto più totale per ogni compromesso, "dilettantismo" e interesse personale. E anche questo ingrediente, oltre alla ricchezza del suo "mondo interiore" (per dirla con Amedeo) e alla naturalezza quasi commovente con cui gli dà forma di immagine, traspare nitidamente sulla tela o sul foglio d'incisione.

Aggiornamento: è in corso a Palazzo della Ragione a Bergamo Alta la mostra Alberto Vitali e Bergamo: una storia d'arte e di nascosta bellezza fino al 6 gennaio 2015. Folla delle grandi occasioni all'inaugurazione, segno di vivo interesse per Vitali. Allestimento molto bello e quadri da non perdere. Non mancate di visitarla!

venerdì 8 marzo 2013

La sagra di santa Gorizia

di Vittorio Locchi
L'Eroica, Milano, 1919

E tutte le sere
qualcuno non tornava alla baracca
o non faceva la tenda
co' i tre compagni, nel fango:
restava su nel letto
di melma del Calvario,
vicino alle tre croci,
sotto i reticolati,
fra i Cavalli di Frisia:
e i candidi bengala
gli facevan lume
La produzione letteraria e/o poetica della Grande Guerra è per buona parte di poco valore, intrisa di insopportabile retorica e di fastidioso nazionalismo, ma a volte anche in questi casi si possono trovare degli spunti interessanti, se li si legge con la dovuta "distanza". Più o meno questo è lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questa poesia, che invero ispira diffidenza già dal titolo. La diffidenza è poi ulteriormente accresciuta dall'introduzione di Ettore Cozzani, il direttore de L'Eroica, il quale ci informa che l'autore, tenente della posta militare, "non apparteneva all'arma combattente", anche se "il suo servizio lo teneva sempre [...] su la linea del fuoco nel pericolo". Invero il Locchi operava lontano dal fronte e chiese il trasferimento in occasione dell'imminente presa di Gorizia (9 agosto 1916), che poi tradusse in versi - pare - su richiesta del generale Zadecchi. Egli morirà poi nel febbraio 1917 a seguito del siluramento del piroscafo su cui si trovava, scegliendo di inabissarsi anziché porsi in salvo. Nonostante Locchi non sia probabilmente paragonabile ai tanti cantori dei sacrifici altrui che se ne stavano comodamente al riparo, non si può leggere dei fanti che pregavano "Dacci la nostra guerra, la nostra guerra all'aperto, Signore, e lasciaci correre verso la fidanzata!" (ovvero, Gorizia) senza chiedersi quanto tempo il Locchi vi avesse trascorso insieme (ai fanti, ovviamente). Se lo avesse fatto, probabilmente, li avrebbe sentiti cantare di nascosto tutt'altre canzoni, meno retoriche e più tristi, e forse in alcuni casi anche la famosa O Gorizia, tu sei maledetta:
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
[...]
Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì
(qui un link che racconta cosa succedeva in Italia, ancora negli anni '60, sentendo questa canzone). Altro che "ognun la chiamava/ col nome del suo amore;/ uno le offriva il cuore/ e l'altro il dolore"! Altrettanto stonato il disprezzo dell'avversario, del "nemico ignobile indegno dei nostri fucili, che disonora la guerra rubando e impiccando, pestando tutti i sacrari, col suo piede pesante di rosso rinoceronte", anche se lo sfogo è da porre in relazione con quel che si era consumato nel castello del Buonconsiglio di Trento. E molte altre citazioni simili si potrebbero trarre.

Cosa "si salva" dunque, a mio parere, di questo poemetto? Immagini carpite qua e là, a dire la bellezza della Natura in contrasto con quello che vi accade, la dichiarazione di "naturalezza" iniziale, attimi di affratellamento con i disgraziati e le loro tremende condizioni di vita (e di morte), l'attesa e l'attacco finale, a tratti quasi carducciano (senza offesa per Giosuè, ovviamente):
E venne l'ordine di avanzare.
L'ombre nere si levarono
dai lati della strada,
i lampi illuminarono
la selva dei fucili :
e il reggimento si sparse
pei campi, come un volo
d'uccelli
verso l'aurora.
Ma ad essere del tutto onesto, la cosa che ho apprezzato di più sono le riproduzioni delle xilografie di Francesco Gamba, in parte qui riportate! Se volete farvi un'idea personale, trovate il libro (in italiano e inglese, in una traduzione del 1918) qui.

domenica 3 marzo 2013

Nulla al caso (o via degli strapiombi rotondi)

Sul 2° tiro

Giancarlo sul 3° tiro

Sul 4° tiro

Attacco del 5° tiro

Dopo il muretto del 6° tiro

Giancarlo sull'8° tiro

Giancarlo sul tiro finale

Tracciato della via (rosso). Le altre vie sono: Bega
(azzurro), Me te spleucco (arancio) e Patata bollente (verde).
Corma di Machaby
Parete S


Arrampicare qui mi è sempre piaciuto, sin dalla prima uscita di un lontano corso di roccia. Sarà lo stile di arrampicata, la roccia, la chiodatura... o forse l'immancabile contorno enogastronomico che corona ogni puntata in Valle d'Aosta. Fatto sta che negli anni ho iniziato dalle vie più facili al "Paretone" per finire a fare... ancora quelle facili, non essendo migliorato poi di molto! L'obiettivo principale di ieri era di rimpinguare la mia cantina con alcune bottiglie valdostane, il tutto mascherato da "nobili" intenti arrampicatori che ci hanno portato su Nulla al caso, soprattutto per via del nome alternativo... come si fa a non salire una via che si chiama "degli strapiombi rotondi"? In verità la via corre - e non potrebbe essere altrimenti - su placche, intervallate da qualche saltino più o meno impegnativo, e forse più o meno "rotondo". Solita arrampicata piacevole con buona chiodatura, anche se qualche fix è posizionato secondo me in modo poco furbo.
Accesso: uscita Pont-San Martin dell'autostrada TO-AO, poi a sinistra verso il forte di Bard, superato il quale si materializza la Corma di Machaby. Parcheggiare nell'apposito spazio al cospetto della Corma in corrispondenza di una lieve curva a sinistra della strada. Salire il bel sentiero, attrezzato con corde fisse in alcuni tratti, fino alla parete in corrispondenza della targhetta della via Bucce d'arancia. Poco a sinistra parte il Canale banano (scritta) e subito dopo si trova l'attacco della via (targhetta con scritta alla base).
Relazione: via in stile "Paretone" su placche rugose intervallate da un tratto più verticale e da un paio di muretti che costituiscono i punti più impegnativi della salita. Chiodatura buona, un poco più lunga sui tratti facili e più "sicura" in quelli impegnativi, ma non del tutto logica in alcuni passi. Inutili friend; bastano dodici rinvii. Tutte le soste sono su due fix con catena e anello di calata.
1° tiro: sale per placche fino al terrazzino; 30m, 5b, 8 spit.
2° tiro: a destra della sosta per placca fino ad un bellissimo (e facile) tratto più verticale a cubetti; 40m, 5a, 10 spit.
3: tiro: a sinistra su facili placche a raggiungere la cengia; 28m, 4a, 3 spit.
4° tiro: passo d'ingresso a superare un breve tratto verticale che non è banale e - secondo me - è protetto un po' alla buona (il primo spit è troppo basso e si rischia di cascare sulla cengia); poi a destra e dritto per placche; 20m, 6a, 7 spit. Se ci si sposta un paio di metri più a sinistra a prendere la fessura obliqua dall'inizio è più facile (diciamo 5c).
5° tiro: la via aggira il bel tettino davanti a voi (che a occhio si può salire sulla destra per piegare sopra seguendo una bella fessura... mah...) tramite una placca verticale alla sua sinistra, per poi proseguire su terreno più facile fino alla sosta sotto un muro a mezzaluna; 30m, 6a+, 10 spit. Lo spit dopo il passo-chiave è un poco alto, ma almeno quello sotto è posizionato bene.
6° tiro: salire fino sotto il muretto piegando un poco a sinistra, superare il tratto verticale (stavolta molto ben chiodato) e proseguire su placche fino alla sosta; 30m, passo di 6b, 11 spit.
7° tiro: ancora per placca fino ad un (ultimo) salto con un piccolo tetto (anche questo ben chiodato) dopo il quale si prosegue per placche; 35m, passo di 6a+, 9 spit. Attenzione a non spostarsi troppo a destra per uscire dal tetto.
8° tiro: per placche fino ad un tratto più verticale ma ben appigliato e placchetta finale per giungere in sosta; 35m, 4c/5a, 6 spit.
9° tiro: salire a piacere le facili placche finali, sia tenendosi un poco a sinistra della sosta o andando a prendere direttamente gli spit sulla destra che appartengono alla via adiacente, 27 all'alba; 25-30m, 3c,  1-2 spit.
Discesa: evitare la calata in corda doppia e seguire il sentiero che piega a destra e porta verso il borgo di Machaby. Attraversare il borgo e andare a prendere il sentiero che riporta verso destra in direzione della Corma. Qui parte un sentiero attrezzato che si ricongiunge a quello utilizzato nella salita. In alternativa si può seguire la strada del Santuario, più lunga ma più comoda. Vivamente sconsigliata, invece, la ripetizione del nostro "esperimento" che ci ha portato a seguire la vecchia strada di collegamento che parte dal forte Lucini: a metà strada frane e rovi rendono praticamente irriconoscibile il percorso, costringendo a discendere per tratti infestati di rovi e vegetazione, fino a ritrovare la strada più in basso. I frequenti macigni rotolati sulla via suggeriscono il probabile motivo dell'abbandono. La strada si congiunge alla SS26 in corrispondenza dei sassi utilizzati per bouldering, ma per gli amanti di questa disciplina suggerirei un accesso più comodo!