lunedì 23 dicembre 2013

Storia della Grande Guerra: due (bei) libri a confronto

Ci sono infiniti libri sulla storia della Grande Guerra; alcuni li ho letti, altri aspettano pazientemente in biblioteca, della maggioranza del resto non saprò mai nulla. Ogni libro ha il suo approccio e il suo punto di vista, ma se ne dovessi raccomandare uno... ne indicherei due! I due libri in questione sono i più completi che ho letto finora e sono indicativi di due approcci diversi alla vicenda; per questo vale la pena di leggerli entrambi.

Avevo conosciuto gli scritti di Pieropan grazie al suo lavoro sulla battaglia dell'Ortigara (altra raccomandabile lettura) e mi sono indirizzato quasi-naturalmente a lui quando cercavo una storia della Grande Guerra che fosse ragionevolmente "oggettiva" (passatemi questo termine...). La sua Storia della Grande Guerra sul fronte italiano 1914-1918, Mursia, Milano, 2001 (1a ed. 1998, riedito nel 2009 con la modifica 1915-1918) è soprattutto una cronaca assai dettagliata degli avvenimenti e delle operazioni militari, costellata di ben 34 cartine delle diverse zone, utilissime per orientarsi e per comprendere appieno l'evolversi della situazione. Per quanto Pieropan non trascuri gli aspetti politici, l'enfasi del libro è sulle operazioni militari: ogni battaglia è anticipata da una descrizione delle forze in campo, della loro dislocazione, dall'ordine delle operazioni con i ruoli assegnati ai diversi gruppi; è seguita dettagliatamente nel suo svolgersi con ampi riferimenti alle relazioni ufficiali italiana e austriaca (qui tornano utili le cartine di cui sopra) per essere poi valutata nel suo tragico bilancio di morti, feriti e dispersi. Dopo duecento pagine circa dedicate a Caporetto (con cronaca quotidiana degli eventi, come per Vittorio Veneto) e alla battaglia di arresto, gli avvenimenti del 1918 chiudono il corposo volume (più di 800 pagine) con una inaspettatamente breve Conclusione in cui si trova il bilancio delle perdite. Le considerazioni dell'autore non mancano, ma sono sparpagliate nella sequenza di fatti.

Veniamo al secondo libro. Di Isnenghi ho adocchiato da un po' - ma non ancora letto - il famoso Mito della Grande Guerra, più o meno al seguito della lettura delle memorie di Gadda, Stuparich, Jahier e altri. Così quando vidi l'indice de La Grande Guerra 1914-1918, Sansoni, Milano, 2004 (scritta con Giorgio Rochat - 1a ed. 2000; ristampato nel 2009 da Il Mulino) fu subito chiaro che i due volumi sarebbero stati complementari. Qui i "fatti d'arme" sono trattati in una sia pur sapiente sintesi (molti, al di fuori del fronte isontino, anche trascurati) mentre l'attenzione si sposta sulla storia sociale, sulle condizioni di vita di militari e civili, sul "fronte interno" e sulla "mitologia". Ampio spazio è dato all'analisi della situazione politica del Paese e del sofferto ingresso in guerra (a spanne, un buon 25% del libro contro un 10% di Pieropan), notevoli i capitoli sulle condizioni degli uomini in trincea, sulle donne e la guerra, sui prigionieri di guerra e sul ruolo della propaganda (oltre alle ricche note bibliografiche). A ben vedere, questi temi sono dominanti; Caporetto è risolta in una trentina di pagine, Vittorio Veneto in due o tre.

Ogni approccio ha ovviamente i suoi pro e contro e risente del periodo in cui è stato scritto; da qui l'invito a non accontentarsi di un solo libro. Alcuni argomenti e valutazioni sono sviscerate meglio nel primo, altri nel secondo. Senza confrontarli pagina a pagina, mi limito ad accennare ad un paio di casi di valutazioni differenti:
Il piano di guerra di Cadorna: Pieropan, pur riconoscendo il "condizionamento politico e militare" che indirizzava verso l'Isonzo, sembra ritenere più conveniente un'azione nel Trentino che (p. 55) "avrebbe permesso di configgere un insidiosissimo cuneo verso la giunzione meridionale fra i due imperi centrali"; secondo Isnenghi-Rochat invece tale offensiva non era risolutiva "perché la perdita di una regione periferica non avrebbe intaccato la capacità di resistenza dell'Austria-Ungheria" (p. 152).
La figura di Cadorna: a parte la discussione sulla famosa libretta rossa (pagg. 119 e 153, rispettivamente), Pieropan non dedica uno spazio specifico all'analisi del suo comportamento, inserendo però diversi commenti (anche critici) in relazione alle singole operazioni. Una sostanziale difesa del "grande soldato e uomo integerrimo [...] al quale veramente mancò la fortuna" si trova al momento del suo esonero (p. 531). Più argomentata qui la disamina di Isnenghi-Rochat (p. 193) che mettono in evidenza sia le sue capacità di conduzione della guerra che i limiti personali (la tendenza all'accentramento che esautorava il Comando Supremo, l'ufficio informazioni, quello di collegamento, ecc. ecc., il disinteresse per l'organizzazione tattica, per l'addestramento degli uomini, per le condizioni dei soldati, l'ossessione del disfattismo e della ferrea disciplina, i pessimi rapporti col potere politico). Anche la figura di Diaz è tratteggiata più compiutamente in questo libro.

martedì 17 dicembre 2013

Le voci della sera

di Natalia Ginzburg
Einaudi, Torino, 1961

- E non lo sapevi, che era orribile? - disse. - Lo sapevi anche tu. Lo sapevi, e hai sotterrato questa consapevolezza. Hai fatto, anche tu, quello che tutti s'aspettavano che tu facessi. Sei andata, con tua madre, dai tappezzieri, dai mobilieri, e nei negozi di biancheria. E intanto, dentro di te, sentivi le grida lunghe della tua anima, ma sempre più lontane, sempre più fioche, sempre più coperte di terra.
Il romanzo è già nel titolo. Una serie di voci che si trovano, si inseguono e si sciolgono nuovamente in un paesino qualunque del Piemonte, nel dopoguerra. Le voci non raccontano molti pensieri; dicono del più e del meno, di pettegolezzi, di faccende quotidiane e - come in ogni buon borgo che si rispetti - finiscono col portare ai proprietari della fabbrica attorno a cui ruota il paese, la famiglia Balotta. Dei membri della famiglia - la vera protagonista del racconto - seguiamo le esistenze: il padre, socialista e imprenditore illuminato, il figlio adottivo che prenderà in mano l'azienda, l'incerto crescere e cercarsi una strada di quelli naturali. Il più giovane dei figli Balotta, Tommasino, chiude il cerchio del racconto grazie alla sua relazione con Elsa, una sorta di "collettrice" delle storie e co-protagonista in tono minore del libro.
Tutte le esistenze tratteggiate sono soffuse di malinconia; nessuna scelta - lavorativa, affettiva - è veramente felice e tutto si "sciupa" nell'abitudine, nella convenzione. Lo spessore umano dei personaggi non emerge, non può emergere: la voce racconta un particolare, un fatto, mai l'intimità. Fa eccezione Tommasino, perché parla direttamente con Elsa e le può confidare il suo soffocamento, la sua insofferenza per il paese, la gente, gli usi, le "vite già vissute" e consumate da altri, la finzione dei gesti, l'impossibilità del loro matrimonio. Banale e un po' melensa mi appare invece la reazione di Elsa di fronte al crollo del matrimonio, il suo ritornello del "ti amo" che non richiede altre spiegazioni, ma arguta è la presa di coscienza dell'impossibilità di un ritorno all'innocenza del prima. È un attimo; lo sprazzo di luce si richiude, anche questa vicenda naufraga nell'infelicità. Le voci ricominciano il loro raccontare senza dire...

Resta infine da segnalare che in libreria ho notato un'edizione ben più recente della mia, con un apparato critico ragguardevole. Mai accontentarsi di una sola edizione...

sabato 14 dicembre 2013

Torta caprese

La torta pronta per il forno

Risultato finale


Era un bel po' che non mi cimentavo con i fornelli e così ho colto l'occasione della guarigione della mia caviglia con annesso ritorno all'arrampicata per organizzare una cena con un po' di amici. Invero la guarigione risale a settembre, ma pare che abbia degli amici molto impegnati, sicché mancava sempre qualcuno; almeno fino a poche settimane fa.
Lasciamo perdere qui le ben cinque bottiglie che sono sparite durante la serata e concentriamoci sulla torta, ovviamente al cioccolato. La caprese è di facile realizzazione e di sicuro successo, con lo zucchero a velo che garantisce una morbidezza ineguagliabile; una delle mie torte preferite! Mi è uscita decisamente alta, ma forse è dovuto alla quantità di ingredienti che son finiti nella teglia... posso comunque garantire che il gusto non ne ha risentito!

Ingredienti
  • burro: 250g più il poco necessario per imburrare lo stampo;
  • mandorle: 250g, parte in granella e parte in polvere (ad es. 100 e 150g);
  • zucchero a velo: 200g più il necessario per coprire la torta quando pronta;
  • cioccolato fondente: 175g - io arrotondo sempre a 200g per golosità, con la scusa che un po' resta sempre sulle pareti del pentolino;
  • farina: 15g più il poco per infarinare lo stampo, ma si può evitare senza problemi se ne volete una versione per celiaci;
  • cacao: 15g;
  • uova: 3
Preparazione
  • fate ammorbidire il burro, unitelo in una ciotola collo zucchero a velo e amalgamatelo con un cucchiaio di legno (o con una frusta elettrica se preferite) fino ad ottenere un composto più o meno omogeneo;
  • spezzate il cioccolato e ponetelo a bagnomaria in un pentolino finché non è sciolto;
  • mentre il cioccolato si scioglie, unite all'impasto le mandorle, il cacao e la farina;
  • unite il cioccolato fuso e i tre tuorli d'uovo;
  • montate a neve gli albumi e uniteli all'impasto;
  • imburrate e infarinate una tortiera e versatevi l'impasto;
  • mettete in forno a 180°C per 35' circa;
  • lasciate raffreddare, coprite di zucchero a velo - se siete ispirati potete anche decorare la torta - e servite.
La torta è stata accompagnata con un Banyuls, uno dei miei abbinamenti preferiti con il cioccolato; più tardi scriverò un paio di righe...

lunedì 9 dicembre 2013

Sogni proibiti

Sul 1° tiro
Giancarlo sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Giancarlo sul 3° tiro
Tracciato della via
Pilastro Irene - Antimedale
Parete SE


Ero già stato su questa via nel lontano 2007, uscendone in maniera pietosa tirando un rinvio dopo l'altro. Da allora mi ero ripromesso di tornarci quando sarei stato in grado di percorrerla senza sentirmi il solito alpinista-somaro, e ieri mi sono deciso. Dico subito che il passo-chiave (6b/6b+) mi ha costretto ancora ad un'invereconda tirata del rinvio accompagnata da sonore imprecazioni, ma il resto della via è stato percorso - seppur non brillantemente - quantomeno in modo decente. Registro che ho ancora un certo blocco psicologico e paura di cadere, che ormai mi porterò dietro per secoli, ma va bene così: dopo due fine-settimana passati in falesia non ne potevo veramente più di monotiri!
Accesso: da Lecco si segue la vecchia strada per Ballabio e la Valsassina (SP62) per prendere a sinistra via Quarto all'altezza di un tornante verso destra. Al successivo slargo si sale per una ripida strada fino ad un tornante verso sinistra dove si parcheggia (sempre che si trovi posto; poco più avanti la strada è sbarrata). Si prosegue a piedi e, al successivo tornante, si prende il sentiero sulla sinistra, seguendo le indicazioni Antimedale e Ferrata Medale. Il sentiero sale ad aggirare due reti paramassi ed esce dal bosco in corrispondenza del canale di sfasciumi dell'Antimedale. Qui si lascia il sentiero (che conduce alla ferrata del Medale) e si segue la traccia in salita che conduce alla parete all'attacco della via Istruttori (scritta e ressa di cordate).
Relazione: via di quattro tiri (più i primi due degli Istruttori per giungere all'attacco) impegnativa e piuttosto "fisica", ben protetta nei passi più impegnativi; può essere utile qualche friend medio-piccolo per addolcire un paio di punti. Roccia ottima tranne un paio di prese ballerine, ma un poco unta in diversi punti; comunque niente di drammatico e niente di comparabile con quanto trovate su Chiappa o Istruttori. Percorso ovvio indicato dai fittoni; tutte le soste sono attrezzate con due fittoni, catena ed anello di calata.
1° tiro (via degli Istruttori): salire per placca e muretti fino alla prima sosta, ignorarla e avanzare ancora qualche metro fino ad una seconda sosta; 40m, 3a, 2 fittoni, 1 sosta.
2° tiro (via degli Istruttori): salire dritti sopra la sosta (più facile) oppure un poco sulla destra proseguendo poi per rocce facili fino al terrazzo di sosta; conviene usare quella di Stelle cadenti pochi metri più a destra; 30m, 4a, 4 fittoni se dritti; 5a, 5 fittoni sulla destra.
Da qui attraversare verso destra fino a rinvenire il capo di una catena che aiuta la salita. Se non si procede in conserva è possibile allestire una comoda sosta su uno spit dopo 60m, al cospetto di Sentieri selvaggi. Da qui si segue ancora la catena verso destra fino al suo termine (attacco di Asen) e si sale ancora lungo la traccia fino alla parete del Pilastro Irene, davanti all'attacco della via (altri 60m circa). Attenzione ai sassi!
1° tiro: si sale in verticale seguendo una vaga fessura; giunti al cospetto di un tetto si attraversa a destra fino al chiodo e si sale alla sosta. Tiro sostenuto; 30m, 5c, 4 fittoni, 5 chiodi (l'ultimo con cordino).
2° tiro: salire qualche metro sulla sinistra e attraversare sempre verso sinistra su muro verticale fino ad agguantare una salvifica fessura (passo-chiave ben protetto; si può rubare...). Salire lungo la fessura indi spostarsi a destra per placca, risalire ancora un poco aiutandosi con buchi e uscire in sosta; 20m, 6b+, 4 fittoni, 2 chiodi.
3° tiro: a destra della sosta su un facile diedrino fin sotto una placca che si supera inizialmente sul suo lato destro per poi rientrare e giungere in sosta; 20m, passo di 6a in placca, 5 fittoni. La placca si può aggirare per rocce rotte sulla sinistra portando il tiro a 5a. Attenzione ad una "bella" presa un po' ballerina appena sotto il secondo fittone. Dopo averle indirizzato abbondanti improperi e aver rinviato l'abbiamo testata entrambi ed ha retto bene, ma non fidatevi troppo...
4° tiro: a sinistra della sosta a superare un bel muretto, poi un altro passo delicato per uscire da una placca a gocce e uno strapiombino bene appigliato pongono fine alle difficoltà. Su rocce facili si sale tendendo verso destra fino alla sosta appena dietro ad un masso, sotto ad un basso alberello (o quel che ne resta); 30m, 6a+ (uno o due passi), 5 fittoni, 4 chiodi.
Discesa: la via più breve è lungo l'odiosa ferrata del Medale: dalla sosta si salgono gli ultimi risalti e si attraversa verso destra per una ventina di metri fino ad incrociare i cavi della ferrata, che si seguono in discesa riportando sul sentiero di partenza. In alternativa, ovviamente, si può raggiungere la cima del Medale lungo la ferrata o tramite le vie Bonatti o Brianzi per poi scendere lungo il sentiero.

lunedì 2 dicembre 2013

Presolana 1870 - 1970

di Angelo Gamba
Bolis, Bergamo, 1971
Perché infine le strade dei monti e le fatiche che su di essi abbiamo compiuto, stabilendo un valido rapporto con la nostra sensibilità e il nostro bisogno di bellezza, ci aiutino ad essere quello che dobbiamo essere, uomini, fin nel più profondo di noi stessi.
Decisamente il look anni '70 della copertina è la prima cosa che cattura l'attenzione, ma sarebbe sbagliato limitarsi a questo: il libro di Gamba racchiude anche un'interessante contenuto. Si tratta di un'accurata storia alpinistica della Presolana, scritta nel centenario della prima salita da parte di Medici, Curò e Frizzoni, il 3 ottobre 1870. Rovistando negli annuari, nei libretti delle prime guide e nelle pubblicazioni d'antan Gamba ricostruisce la cronologia delle salite, fa sfilare una serie di alpinisti noti e meno noti che si sono cimentati con questa montagna, i Calvi, Bramani, Castiglioni, i Longo, fino alle generazioni successive dei Nembrini, Piantoni, Pezzini, per finire con poche pagine sulle salite invernali e alcune fotografie come corredo.
Non è un libro di relazioni alpinistiche con fotografie, schizzi e gradi, ma una specie di lungo racconto, anche se le salite (descritte riprendendo stralci dalle relazioni originali) sono identificate piuttosto chiaramente. Tra le informazioni rilevanti che vi si possono trovare c'è l'elenco delle prime salite (fino al 1970, ovviamente), che riporto qui per informazione e che Gamba pubblicò anche sull'Annuario del CAI-BG dello stesso anno. Da questo elenco è iniziata la breve ricerca sulla Presolana di Castione e da questo elenco spunta un'altra via di cui si sono perse le tracce: Presolana occidentale - versante sud: Carlo Nembrini, Paolo e Pia Bozzetto, Sergio Arrigoni, Bruno Buelli (settembre 1970). La via fa parte di questo elenco, ma non è riportata tra le vie nuove nell'Annuario 1970 (modestia degli apritori?). In ogni caso... buone esplorazioni!