domenica 23 marzo 2014

Vallée d'Aoste DOC Petit rouge 2008 Cave des onze communes

Rieccomi a far tappa enologica nella mia amata Val d'Aosta e rieccomi al cospetto di una bottiglia di una delle mie aziende vitivinicole preferite del luogo, la Cave des onze communes. L'occasione, o meglio la scusa, è il canonico invito a  cena, accompagnata da questo Petit Rouge, uno degli infiniti vitigni autoctoni della Vallée che la rendono un territorio magico per il vino (e non solo per quello) e che contribuisce per il 90% a questa bottiglia.
Carattere tipico dei vini valdostani ma un poco più morbido e "suadente" di alcuni suoi conterranei - senza essere affatto un vino "piacione" - questo Petit Rouge ti conquista subito, ti invoglia a riempire di nuovo il bicchiere quando finisce (come se ce ne fosse bisogno...) senza filosofare. Piccoli frutti rossi, note di liquirizia, retrogusto un poco affumicato si miscelano a dare un'ottima beva, un senso di vino schietto, sincero, senza muscoli e marmellatoni. La lavorazione completamente in acciaio pare una scelta azzeccata, mantenendo il carattere del vitigno e la sua atmosfera valdostana, con le viti che ti accolgono appena esci dall'autostrada a Pont S. Martin per goderti la vecchia SS26 e che non ti lasciano fino a Morgex, oltre i 1000m, arrampicati su pendii impossibili da lavorare e circondati da un aura un po' irreale e fiabesca. Aggiungete un particolare non secondario: il prezzo veramente onesto di questa bottiglia e ditemi: cosa volete di più?

martedì 11 marzo 2014

Morti di fama

di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini
Corbaccio, Milano, 2013
La microfama è un'altra cosa. È un diritto, non un sogno, non un traguardo a cui tendere, non una meta. È una pretesa, qualcosa che si riceve dalla nascita e che qualcuno, semmai, ha ostacolato con il proprio successo. [...]
Lo confesso: non mi sarebbe mai passato per la testa di leggere questo libro. Non per snobismo o altri motivi particolari; semplicemente ci sono secoli di letteratura e montagne di libri in "lista d'attesa" a maggior priorità. Fatto sta che, avendolo ricevuto in regalo, mi ci sono dedicato - come si suol dire - di buona lena. Tale buona lena è necessaria soprattutto per superare l'introduzione, quel "libro che si accende senza bisogno di pile ricaricabili", "cibo per la mente" che "non abbiamo idea di come si spenga" che spinge irresistibilmente al lancio del suddetto (ecco come si spegne!), più alcuni passaggi nei capitoli interni dove la "modestia" degli autori si colora di linguaggio finto-giovanile a metà tra la tenerezza e l'aver perso il treno. Ma resistete e tenete duro: troverete un libro che cerca di spiegare con un linguaggio semplice (a volte fin troppo, ma non è un male) cosa si nasconde "dietro" Internet, dietro la retorica della Rete come liberazione e come quintessenza della democrazia, quali sono le strategie dei cosiddetti "colossi" di Internet per monetizzare le interazioni che avvengono attraverso la rete e come queste stesse interazioni siano plasmate più o meno... a nostra insaputa (direbbe qualcuno).
Non si tratta "solo" dell'annosa (ma fondamentale) questione della privacy e dei dati che cediamo gratis et amore Dei: novella land of opportunities, la Rete amplifica il nostro "bisogno" di considerazione sociale, lo espande all'interno di una... "rete" di relazioni più o meno virtuali, offrendo a tutti la possibilità (meglio: l'illusione) di diventare famosi (microfamosi, dicono argutamente gli autori): pensate a certi canali di YouTube, profili di social network, blog che possono "vantare" migliaia o milioni di fan/follower (no, non questo...), ai prodotti che vengono reclamizzati o alla pubblicità. Chi ci guadagna? Chi inserisce i (sic) "contenuti"? O chi possiede il "mezzo di produzione"? C'è chi cerca una fama (o più prosaicamente: la gloria ed il soldo) andando al Grande Fratello o amenità simili e chi tenta di costruirsi quella fama aggregando follower che a loro volta ambiscono a fare altrettanto. I primi sono quattro sfigati, i secondi milioni: tutti artisti, musicisti, scrittori, esperti delle più grandi minchiate, tutti ad autopromuoversi, tutti dall'altra parte della vetrina, tutti... microfamosi. È uno degli aspetti della "mezza cultura", che garantisce a chiunque il diritto alla creatività e alla fama, purché effimeri e giocati al ribasso. Ma chi guadagna su queste velleità?
Un aspetto interessante del libro è che le considerazioni di cui sopra - e altre - sono stemperate in una serie di casi reali raccolti dagli autori (alcuni noti, altri meno - parlo per me, ça va sans dire), col duplice scopo di "alleggerire" la trattazione - una preoccupazione costante - e di fornire una specie di percorso per i profani che si volessero addentrare in questi meandri. Particolare attenzione è dedicata al mondo della letteratura e agli ebook, ai meccanismi di auto-pubblicazione e di auto-promozione del microfamoso, con relative società di consulenza e guadagni (loro). Uno sguardo su un mondo che si vuole troppo spesso ignorare o circoscrivere ad una frangia di adolescenti immaturi, ma che ci tocca molto più da vicino. Terribile? Forse no, forse non così tanto: a patto di riconoscerlo e di non pensarsi immuni dalla morte per fama.

domenica 2 marzo 2014

Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti

di Curzio Malaparte
Vallecchi, Firenze, 1995 (1a ed. 1921)
Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell'eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i generali, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori del patriottismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante [...] fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi e di suppellettili, tutti fuggivano imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere e farsi ammazzare per loro.
Siamo nel 1921: la guerra è finita, ma non del tutto, con la questione di Fiume che agita ancora la nazione ed il Natale di sangue appena passato, e lo Stato italiano versa in condizioni drammatiche: leghe bianche, rosse e fascisti si fronteggiano in un escalation di violenza. In questo clima si pubblica un libro che oggi si potrebbe definire "terrorista", un libro che dà corpo alle paure e ai fantasmi di borghesi e piccoli proprietari, già provati dal biennio rosso e che stanno per confluire nel delirio mussoliniano. Malaparte non solo ribalta la verità "ufficiale" su Caporetto, addossando a Cadorna e allo Stato Maggiore dell'esercito la responsabilità del massacro ottuso di soldati nelle undici battaglie dell'Isonzo, ma interpreta la sconfitta non come vigliaccheria dei soldati (come vuole la becera vulgata cadorniana), bensì come rivoluzione sociale dell'esercito - la cristianissima fanteria - contro lo Stato borghese, contro chi è rimasto comodamente al riparo dalla vita - e dalla morte - della trincea; rivoluzione sacrosanta e di cui è legittimo vantarsi ("il gesto più coraggioso della nostra esistenza di poltroni")! Il libro evoca il fantasma della rivoluzione russa, esalta le affinità tra i popoli russo e italiano - pur operando un distinguo tra il "comunismo fatalista e pessimista" dei primi e il "fatalismo latino, individualista" dei secondi - e finisce teorizzando due movimenti che tenderanno paralleli alla "civiltà dell'uomo umano" (sì, il Pantheon di Malaparte è decisamente popolato in maniera bizzarra).
L'interpretazione storica di Malaparte naturalmente ha qualche difficoltà a spiegare la ricostituzione dello stesso esercito nel giro di un paio di mesi e la sua idea dell'uomo vecchio che dominò la crisi fa più acqua del Piave stesso, ma questo all'autore non importa; gli interessa piuttosto evidenziare la "coscienza della funzione sociale" della fanteria ovvero del "proletariato dell'esercito", il suo "ingresso nella Storia".
Com'era da attendersi, il libro viene sequestrato e i fascisti assaltano le librerie dov'è esposto ingiungendone il ritiro. Quando lo ripubblica nel 1923 - previa adesione al PNF che è andato al potere, cambio di titolo ed epurazione di alcune frasi - Malaparte si inventa un lungo sofisma per rendere il libro tollerabile, arzigogolando che le grandi disfatte della Storia italiana sono necessarie per sottomettere il popolo alla "tirannia legittima degli eroi", eroi che avversano il popolo facendone quindi il bene (manco fossero il diavolo di Faust...). È in pratica una bella ruffianata (per non essere volgari...) a Mussolini, ma non servirà: nuove proteste, disordini e nuovo sequestro. In effetti l'unico dato degno di nota di questa noiosa prefazione alla 2a edizione mi pare l'accento sul carattere italiano, sempre pronto ad affidarsi a qualche presunto "eroe" o "uomo della Provvidenza" che gli risolva i problemi (pensate ad un altro ventennio recente, finito in farsa più che in tragedia...).
Il volume, che include la suddetta prefazione e un interessante studio sulla revisione testuale tra le due edizioni, è accompagnato da un'introduzione che mette in luce accuratamente le tematiche e le ambiguità malapartiane e che presenta due soli piccoli difetti: i concetti-chiave sono ripetuti all'infinito, risultando in una lunghezza che potrebbe utilmente ridursi della metà, e lo stile di scrittura è a tratti volutamente ricercato e (si spera involontariamente) pesante, facendo da contraltare allo stile fluido e potente di Malaparte. Per finire, in tema di legami letterari, si ritrova spesso nel testo il riferimento al riso rosso di Andreev, cui forse l'introduzione avrebbe dovuto dedicare una riga.