domenica 22 marzo 2015

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi gennaio-febbraio 2015

Ricordo di aver visto, un po' di mesi fa su un treno, una scritta enigmatica: qualcuno aveva sostituito, nel nome della società che gestisce (ehm...) il trasporto ferroviario regionale, le due lettere corrispondenti alla sigla automobilistica di Novara con quelle relative a Messina. A tutt'oggi resta insoluto il dilemma sulle reali intenzioni del burlone, chi propendendo per un auspicio all'estensione nazionale - isole comprese - dei proverbiali (dis)servizi di cui sopra, chi vedendovi un gesto in funzione anti-leghista, chi ancora puntando ad arcane implicazioni scatologiche. Invero, indecenti ed irriferibili paragoni sulla qualità del servizio e sulla dedizione all'opera dei salariati ferroviari di ogni ordine e grado echeggiano da mane a sera senza requie negli stanchi e traballanti vagoni, unico palliativo balsamo degl'inermi ed angariati viaggiatori.
Ma qual è la verità? Servizio "ottimo e abbondante" e viaggiatori insoddisfatti per principio o minuti, ore, giorni di vita buttati sulle massicciate ferroviarie? Colto da improvvisa quanto insana curiosità, ho iniziato a raccogliere qualche dato ad inizio 2015, dati che ora hanno una certa significatività e si possono presentare. Finché resisterò, tenterò di aggiornare periodicamente la situazione.

Dati raccolti
I dati sono relativi alla tratta Bergamo-Milano Lambrate, che percorro per mia somma sventura ogni giorno ormai da tempo immemore. In particolare i treni in esame sono:
Andata: treno 2608 - Bergamo 8:02, Milano Lambrate 8:41;
Ritorno: treno 10809 - Milano Lambrate 17:49, Bergamo 18:28;
Orario di partenza: definito come l'istante di chiusura porte prima della partenza;
Orario di arrivo: definito come orario di apertura porte alla stazione di arrivo;
Quantizzazione degli orari: minuto primo.

L'elaborazione (invero elementare) dei dati è descritta più avanti per non tediare l'incauto lettore; di seguito i risultati, rappresentati in termini di probabilità cumulativa (o funzione di ripartizione), ovvero dell'integrale (sommatoria) della densità di probabilità. Per farla breve, se in una curva in corrispondenza di un certo ritardo, ad es. 10 minuti, leggete 60% vuol dire che il treno arriva entro 10 minuti di ritardo il 60% delle volte. Se tutti i treni fossero in perfetto orario, la curva si ridurrebbe ad una retta verticale (il 100% dei treni arriva con ritardo pari a zero), mentre più la curva è inclinata, maggiore è la varianza, ovvero la dispersione degli istanti di arrivo. Chiaro? Spero di sì; comunque leggendo ci si dovrebbe familiarizzare velocemente con questo concetto e apprezzarne (credetemi!) la praticità...
Fig.1: ritardi all'arrivo.
Fig.2: Ritardi alla partenza.
Risultati
Il dato più importante è naturalmente il ritardo maturato all'arrivo, rappresentato in Fig. 1. Il treno delle 8.02 si comporta con una... onesta indecenza, arrivando in orario solo il 5% delle volte e aprendo le porte delle sconquassate carrozze sistematicamente in ritardo. Il valore mediano (ovvero al 50% di probabilità) del ritardo è di 5 minuti ed il massimo ritardo riscontrato è di 12 minuti.
Questa situazione, già disarmante per un percorso della durata nominale di 39', diviene tragicomica col treno delle 17.49. Questo treno, infatti, si comporta meglio di quello del mattino due volte su tre (la curva rossa è spostata più a sinistra di quella azzurra nella sua parte bassa), ma il restante 35% circa dei viaggi è scandalosamente inaccettabile: qui i ritardi salgono a valori di 15-20' per arrivare ad una buona mezz'ora nel 6% dei casi (corrispondenti in sostanza alle giornate di cancellazione del treno - ovviamente senza preavviso, ma questa è un'altra storia).

Può essere interessante dare un'occhiata anche ai ritardi alla partenza, per valutare se il treno sia già messo male prima ancora di iniziare il viaggio oppure se ci metta del suo lungo il tragitto. Questi dati sono in Fig. 2, sempre in forma cumulativa. Nel caso dell'8:02, la differenza è piuttosto marcata: partenza precisa il 50% delle volte e entro un paio di minuti l'83%, ad indicare che quel che non funziona avviene perlopiù durante il tragitto. Il 17:49, come ben sanno gli habitué, arriva invece a Lambrate già malmesso, partendo in orario solo nell'8% dei casi. Non mi sono preso la briga di raccogliere (via internet, vedi dopo) i dati della partenza da Porta Garibaldi dello stesso treno, quindi non so dire se il treno parta già in ritardo da Porta Garibaldi o si appisoli nei circa 20' del tragitto fino a Lambrate. A occhio, non escluderei alcuna delle due ipotesi. Prossimamente pubblicherò anche le figure con la correlazione tra ritardi di partenza e arrivo.

Commento
Ritorniamo alla Fig.1: la curva dell'8:02 è una ragionevole approssimazione - vista la quantizzazione - di un comportamento gaussiano, che è quello che ci aspettiamo nel funzionamento "normale": di fatto ci dice che il ritardo è dovuto ad una serie di fattori scorrelati che si compongono (ritardo di altri treni e conflitti sulla linea, rotture/guasti, appisolamento,...) e che quindi una diminuzione della varianza deve operare su fronti diversi (rete, treno, ritardo pagato come straordinario, ecc. ecc.). La curva del 17:49 presenta invece un corpo circa gaussiano da cui emerge una corposa "coda" che coinvolge un viaggio su tre e che segnala un comportamento anomalo. A guardar bene, si vedono poi due "gruppi" di ritardi, uno sui 15-20' e uno sulla mezz'oretta. L'ultimo corrisponde alla cancellazione del treno, il primo non saprei dire. Resta comunque ovvio che questi sono i punti principali su cui lavorare.

È poi d'uopo un commento sui famigerati "5 minuti" di ritardo entro cui il treno è definito "puntuale" dai gestori. Sarebbe interessante capire da dove viene questo parametro (che per le ferrovie svizzere è di 3'), ma basterà ricordare che 5' su 39 di viaggio sono il 12.8%, che mi pare una percentuale assurdamente alta. Una tolleranza al 5% porterebbe tale limite a 2', assai più ragionevole in questo caso. Volendo, ci sarebbe anche da disquisire sul calcolo "complessivo" della puntualità, che non tiene conto della clientela: se un treno da 600 persone arriva in ritardo ed uno da 20 persone in orario, la puntualità secondo le ferrovie è del 50% mentre il valore reale è di 20/620=3%. La puntualità dev'essere definita sulla clientela, non sui treni!

Infine, la risposta alla domanda iniziale: quanto tempo si butta via per colpa di Trenord? I minuti totali di ritardo che risultano da questi dati sono 280 a gennaio e 243 a febbraio, più di 4 ore al mese. moltiplicate queste ore per le migliaia di pendolari (centinaia di migliaia in tutta la Lombardia, dove i dati non saranno tanto diversi), moltiplicate il risultato per il famoso costo del tempo e si avrà un'idea del danno economico provocato!

Elaborazione dati
A conclusione, spendo due parole su un paio di criteri utilizzati nella raccolta. Il problema (più concettuale che reale, visti i numeri in gioco) è il ritardo (o anticipo) dell'orologio del mio telefono cellulare, che potrebbe generare un offset rispetto all'istante reale di partenza e arrivo, falsando la rivelazione dei ritardi. Per correggere la differenza ho adottato la procedura seguente: un treno può arrivare in anticipo, ma non dovrebbe mai partire in anticipo sull'orario ufficiale; al più parte puntuale. Ho quindi supposto che il minimo orario di partenza da me misurato coincida con l'orario ufficiale, ricavando la correzione da apportare ai dati. Stiamo così implicitamente assumendo che i treni siano partiti puntuali almeno una volta nel 2015, ma diamo fiducia a Trenord almeno su questo! La correzione che così si ricava è piuttosto contenuta e non influenza significativamente i risultati.
Per i pignoli, resterebbe ora il problema della deriva dell'orologio del mio cellulare, ovvero la variazione delle caratteristiche nel tempo. Qui l'effetto dovrebbe essere una lenta variazione degli istanti misurati di partenza, fenomeno che ad ora non si è verificato; quando sarà il caso, provvederò.
Resta infine da discutere l'effetto della quantizzazione, che porterebbe a traslare tutti i dati di mezzo minuto per compensare il valore medio dell'errore (questo elementare concetto sembra sconosciuto ai ritardi indicati sui tabelloni, che peccano - ovviamente per difetto - di 2.5', ma anche questa è un'altra storia). Tuttavia (crepi l'avarizia!) ho deciso di "regalare" il mezzo minuto rimanente a Trenord e tutti i ritardi misurati con la procedura precedente sono diminuiti di 1 minuto; questo è il motivo per cui si osservano partenze anticipate (di un minuto) nella Fig. 2.

Dati mancanti: nei rari casi in cui non ero presente sui treni in esame (una o due volte al mese), ho attinto ai dati giornalieri reperibili qui. Tali dati sono in genere più favorevoli rispetto a quel che rilevo io (ma con differenze sempre dell'ordine del minuto primo), ma la discrepanza potrebbe dipendere dal tipo di rilevazione: l'orario di arrivo indicato da Trenord potrebbe essere semplicemente quello di ingresso in stazione e non corrispondere esattamente all'apertura porte. Lascio al lettore valutare quale dei due sia più significativo; finora comunque non si sono verificati casi patologici in cui i viaggiatori sono rimasti rinchiusi nel treno fermo in stazione!

giovedì 19 marzo 2015

Minuetto a Ceniga

Teo sul 1° tiro.
Sul 3° tiro.
Sul 5° tiro.
Teo sulle placche del 5° tiro.
Sul 6° tiro.
Teo sul 6° tiro.
Sul 7° tiro.
Teo sul 7° tiro.
Tracciato della via.
Coste dell'Anglone - Valle del Sarca
Parete E


"Ti è mancata la Valle, eh?"
La frase, accompagnata dallo sguardo un po' sornione di Teo, mi accoglie mentre giungo in sosta e scruto la parete verticale che mi attende. Non rispondo; del resto un mezzo sorriso è più che eloquente: è da ottobre che non metto piede in Valle del Sarca e... sì, un po' mi è mancata! Per la "ripresa" scegliamo una via plaisir, ben protetta, gradi abbordabili, su roccia ottima. Bella e continua sui tiri centrali, ha un unico inconveniente: i tiri finali, facili ma su roccia che non si può definire altro che discreta, che rovinano un po' il piacere della salita. Mi direte che in Sarca le vie sono spesso di tal fattura, ed io risponderò: appunto! Ma la Valle è sempre la Valle, regala sempre soddisfazioni e non si può starne lontani a lungo!
Accesso: da Arco verso nord, prendendo poco dopo la deviazione a sinistra per Ceniga (indicazione). Si parcheggia poco dopo sulla destra, si torna brevemente indietro  e si prende la strada a destra che supera il Sarca con un ponte (possibile parcheggiare anche qui, poco oltre sulla sinistra). Si prosegue verso destra fino all'altezza di due panchine dove si segue una traccia che risale il faticoso ghiaione portandosi sotto la parete ed incrociando il sentiero che ne percorre la base (possibile alternativa di salita). Si prosegue brevemente verso destra superando l'attacco di Luna calante (scritta) fino ad una breve discesa dove si notano degli spit e una vaga scritta pressoché illeggibile dalla quale si può intelligere il nome della via.
Relazione: pressoché inutile, poiché il percorso è sempre indicato dagli spit (con l'eccezione di un tratto del 4° tiro). La via è ottimamente protetta tranne che sugli ultimi due o tre tiri, dove possono essere utili uno o due friend medi per proteggere alcuni tratti. Vista la chiodatura decisamente generosa dei tiri sottostanti si fa un po' fatica a comprendere la ragione di questa scelta, ma tant'è. Anche le soste sono certamente sicure, ma attrezzate con spit ben più vecchi di quelli presenti in via. Grado obbligato: 6a, ma un minimo di dimestichezza col 6a+ si permette di godervi veramente la via!
1° tiro: risalire una placchetta con passo delicato verso sinistra, poi per rocce rotte e gradoni verso destra fino alla sosta; 25m, passo di 6a; otto spit.
2° tiro: appena a destra della sosta a risalire un muretto e una breve placchetta che porta ad una cengia. Spostarsi a sinistra (passare sotto l'albero) e salire indi alla sosta; 20m, passo di 5b; sei spit. Sosta su due spit.
3° tiro: salire la breve lama e attraversare a sinistra fino ad un pilastrino che si risale sul suo lato sinistro (attenzione a scaglie giallastre instabili sulla destra), per poi attraversare verso destra e raggiungere la sosta; 15m, 6a+ continuo su pilastrino e traverso; otto spit. Sosta su due spit con anello e fettuccia.
4° tiro: salire le rocce a sinistra della sosta, non spostarsi ancora a sinistra ma proseguire dritto in direzione di una pianta. Per placchette si giunge ad un terrazzo con albero (possibile sosta) e si prosegue per rocce rotte fin sotto la parete verticale; 40-45m, 5a; sei spit + un cordone su pianta. Sosta su due spit con anello e cordone.
5° tiro: a destra della sosta a risalire un muretto (attenzione ad un sasso instabile) ed un diedro, per spostarsi poi verso sinistra su placche più facili fino alla sosta in corrispondenza di una grossa lama; 30m, 6a+ (uno o due passi), poi 6a; nove spit. Sosta su due spit con anello e cordino.
6° tiro: Superare un muretto e raggiungere una breve placca, spostarsi a sinistra a doppiare un vago spigolino e proseguire per un diedro fessurato fino alla sosta; 25m, 6a+, passo di 6b verso sinistra (6a+ se si resta un po' alti su buone prese), poi 5c/6a; otto spit. Sosta su due spit con anello e cordino.
7° tiro: dritti verso il tetto sovrastante, poi spostarsi a destra e proseguire in traverso molto esposto (secondo me il passaggio-chiave della via) fin quasi al termine del tetto, dove si rimonta il breve strapiombo e si giunge in sosta; 25m, 6a+, forse passo di 6b all'inizio del traverso; nove spi, un chiodo. Sosta su due spit con cordone.
8° tiro: risalire un diedro fessurato con infido passo iniziale (attenzione ad un masso instabile sulla destra), poi più facile; 15m, passo di 6a+, poi 5a; quattro spit. Sosta su due spit con cordone.
9° tiro: salire le placche fino all'altezza di una cengia dove si attraversa a destra; 35m, 4a; due spit, un cordone in clessidra, un cordone su pianta. Sosta su due spit con anello.
10° tiro: per placche lavorate e brevi muretti fino ad una cengia dove si sosta; 40m, 4a; uno spit, un cordone in clessidra, un chiodo. Sosta su cordone su pianta.
11° tiro: salire la placca fessurata, indi spostarsi a destra e risalire le rocce finali fino alla sosta; 35m, 4c; uno spit, due cordoni in clessidra. Sosta su cordone su albero; meglio però proseguire qualche metro e allestire una più comoda sosta su uno degli alberi nei paraggi,
Discesa: risalire brevemente fino alla strada che si segue verso sinistra sino al suo termine. Si prosegue su sentiero ("degli scaloni") che riporta (tratti attrezzati) nei pressi del ponte sul Sarca.

mercoledì 4 marzo 2015

Guerra di popolo

di Carlo Delcroix
Vallecchi, Firenze, 1923

Allora, i treni che si inseguono sulle rotaie luccicanti [...] sembrano convogli funebri sospinti da un destino immane verso un limite di sventura; allora il pensiero della morte domina e spegne ogni impulso di entusiasmo, ogni sete di gloria, e si rivela lo spettacolo della guerra che sotto i suoi piedi di acciaio calpesta i più bei fiori della giovinezza. Allora, qualche viandante solitario, affacciandosi ai ponti di passaggio, ripiega il capo sulla spalletta per piangere.
Così mio padre, in quella notte di gennaio sul ponte del Pino, vedendo passare la mia tradotta pianse dirottamente e io, con due aranci dorati nelle tasche e con un buio presentimento nel cuore, mi avviavo alla cecità eterna.
Prima di spender due parole sul volume sarà utile inquadrare brevemente l'autore, che immagino sconosciuto ai più: volontario di guerra, rimane gravemente ferito alle braccia e perde la vista durante lo sminamento di un poligono di tiro (ma qualcuno avanzava illazioni sull'origine delle ferite, riportate qui), dedicandosi poi attivamente alla propaganda. Aderisce al fascismo dopo qualche tentennamento iniziale per finire poi eletto deputato nel partito monarchico nel 1953. Da questa traiettoria si capisce già molto di quel che si troverà nel libro, e quel molto non è incoraggiante, ma non è per un malcelato anelito autopunitivo che mi son letto - non senza reiterati sbadigli - le 354 pagine di questa "ricostruzione" storica: anche nei libri peggiori si trovano spunti, informazioni, aneddoti... insomma, c'è sempre da imparare, soprattutto se non ci si fa molte illusioni in partenza.
Le prime illusioni che è saggio lasciarsi alle spalle aprendo le pagine sono ovviamente quelle di trovarvi traccia seppur minima di obiettività. Certo, siamo nel 1923, i fatti sono troppo vicini ed il coinvolgimento personale è fortissimo, ma questa "istoria" finisce col trascendere le intenzioni iniziali (Io vorrei che tutti i fanciulli d'Italia [...] o almeno le nuove generazioni, quelle che dovranno mietere sui campi seminati dal nostro coraggio, imparassero quanto amore e quanto dolore costò a noi questa patria) e diventa l'ennesima apologia della retorica nazionalista, semplifica brutalmente il dibattito interno al Paese nel 1914 (le "dottrine vane" socialiste a fronte della "conquista dell'avvenire") e racconta la guerra come santo sacrificio del fante italiano che combatteva riempiendo di sangue tutte le doline senza saziarle, coprendo tutte le pietre di un tappeto di carne perché la vittoria potesse camminarvi a piedi nudi, con le baionette temprate nel sangue nemico. Nella spedizione punitiva gli austriaci trovarono una barriera di petti indomiti, una siepe di baionette inflessibili, e i nostri fanti conservando tutta l'umanità delle anime semplici [...] scattavano all'assalto con tutti gli ufficiali in testa mentre le truppe austriache, sotto lo stimolo dell'ubriachezza e della paura, marciavano [...] con alle spalle le mitragliatrici puntate e i condottieri indietro. Con tale ricostruzioni non c'è da sorprendersi se il fascismo si fregava le mani ogni volta che il Delcroix parlava, che lui se ne rendesse conto o no (non saprei quale sia l'ipotesi peggiore). Restando al libro, chiedo venia se non proseguo con gli esempi e lascio all'immaginazione e agli amanti del genere le descrizioni delle oscure e segrete manovre dietro Caporetto e quelle delle battaglie del Piave.

C'è un secondo aspetto di questo modo di raccontare la tragedia della guerra che è forse ancora più stucchevole, ed è l'insistenza del Delcroix sull'aspetto religioso: la trincea era la fossa del supplizio e il reticolato la corona di spine, i fanti sono "santi e martiri" il cui soffrire saliva come un'ardente preghiera, i fumi della guerra sono incensi, l'avanzata un sacro pellegrinaggio, la morte offerta in sacrificio, i battesimi nel sangue, ecc. ecc. (per non parlare della pagine dedicate a Battisti, Sauro ed altri). Intendiamoci, non è tanto il porre in esagerata evidenza un aspetto che era allora certamente molto più sentito di oggi che dà un senso di fastidio, quanto il constatare come il sì forte anelito religioso dell'autore si arresti sull'orlo della trincea, gl'impedisca di esprimere qualunque senso di umana pietà per gli avversari (che tra l'altro appartenevano ad un Impero forte sostenitore della cristianità), per non parlare del silenzio sotto cui passano le contraddizioni e i dilemmi del mondo cattolico di allora di fronte alla guerra (ma qui forse sarebbe subentrata la censura a bloccare tutto).

Dopo questi avvertimenti, veniamo a quel che vi ho trovato di positivo. Intanto, l'impostazione che è dettata già dal titolo: la guerra è "di popolo", e se non mancano le (acritiche) pagine dedicate ai Condottieri, vi sono capitoli dedicati al "popolo eroico", ai feriti e (comprensibilmente) ai mutilati. Vi è insomma il tentativo di dare un'immagine più vasta di quella delle operazioni militari, che appare piuttosto "moderno". Poi ci sono le cose che ignoravo, ad esempio l'entità del fenomeno della propaganda dei mutilati dopo Caporetto, i nomi di Paolucci di Calboli, Nicolodi e altri ormai sconosciuti come Beccastrini, Savorani, Lepore... a cui va aggiunto lo stesso Delcroix. E le storie, romanzate, ma pur sempre interessanti da leggere, degli "eroi" (Toti, Rizzo, Baracca), di altri a me meno noti come Decio Raggi (prima MO della Grande Guerra) e Giacomo Venezian e di ancora altri sfortunati giovani che andarono per scelta incontro al loro destino.
Non è molto, come dicevo all'inizio, ma era lo spirito del tempo; della gran retorica per coprire incapacità ad ogni livello. E non sarei così sicuro di esserci lasciata quest'abitudine alle spalle.

domenica 1 marzo 2015

Dell'Oro (con var. su Il volo dell'aquila)

Sul 1° tiro
Giancarlo sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Giancarlo sul 3° tiro
Tracciato della via (tratteggiato il percorso originale)
Corno Rat
Parete SE


Per "festeggiare" il ritorno su roccia dopo settimane di tempo indecente avevo messo in programma la Savini, ma dopo rapido consulto col socio di cordata i programmi virano verso qualcosa di più tranquillo; si attraversa il braccio di lago e si punta al Corno Rat, sopra Valmadrera. Qui decidiamo di iniziare la Dell'Oro - percorsa con Teo più o meno cinque anni fa - e di infilarci sulla variante Biba... poi una linea ci attira e finiamo sul tiro de Il volo dell'aquila. Ne risulta una combinazione decisamente poco omogenea... ma se amate le placche a buchi, non perdetevi questo tiro! Il freddo che è poi sopraggiunto ci ha indirizzato verso il soddisfacimento dei bisogni materiali (cibo, cibo; non pensate male...) lasciando ancora una volta la variante Biba al suo destino. Torneremo, anche perché ci sono un bel paio di vie su cui vorrei mettere le... scarpette!
Accesso: dalla frazione Belvedere di Valmadrera (pochi parcheggi; qualcosa di più si trova prima dell'ultimo tornante) si segue la strada, che diviene una bella mulattiera, fino ad un bivio con una cappelletta. Si prende a sinistra e si sale in direzione di S. Tomaso (indicazioni per sentiero attrezzato OSA) dove, all'altezza di un monumento alla Resistenza, si segue il sentiero verso destra (indicazioni per la ferrata e Corno Rat). Volendo accorciare il giro, è possibile salire lungo uno dei due sentieri che si staccano sulla destra prima di giungere a S. Tomaso: il primo reca indicazione "strada e ruderi medievali" e bolli verdi; il secondo "Crotto Funzi"; entrambi si ricongiungono con il sentiero che viene da S. Tomaso nello stesso punto. Da qui si prosegue lungo il sentiero fino ad un bivio dove si sale a sinistra (indicazioni), giungendo ad una prima paretina (sasso GGOSA) che si risale sulla destra (corda fissa) sbucando poco sotto il Corno Rat. Il diedro di attacco della via Dell'Oro è proprio davanti (vecchia targa con nome).
Relazione: si tratta della via più facile di tutto il Corno Rat, che noi abbiamo "insaporito" con un bellissimo tiro che sale verticalmente sopra la seconda sosta, evitando così la traversata lungo il cavo metallico e scoprendo poi che era parte de Il volo dell'aquila. Protezioni a chiodi sui tiri originali da noi percorsi della Dell'Oro, dove sono utili friend piccoli e medi per integrare; a spit e chiodi sul tiro del Volo. Roccia ottima sul Volo (a parte un sasso instabile) e buona nel resto. Le soste sono attrezzate con due spit, catena e moschettone con ghiera bloccata; roba un po' vecchiotta, ma dall'aspetto ancora affidabile.
1° tiro: salire lungo l'evidente diedro un po' disturbato dalla vegetazione fino alla sosta posta un poco a destra; 30m, IV+, V-, 4 chiodi.
2° tiro: proseguire ancora lungo il diedro, ora assai meno evidente e meno marcato, o sulle rocce alla sua destra. Giunti in corrispondenza di una larga cengia, non puntare alla sosta poco più in alto, ma spostarsi a raggiungere una sosta sulla destra; 30m, III.
3° tiro: la via originale sale sulla destra per poi rientrare a sinistra. Sopra la nostra sosta, a sinistra, si vede una seconda sosta (da cui parte Tridarat, 7a+) mentre appena a destra si nota una fila di rassicuranti spit. Li si segue per una bellissima placca a buchi (con solo un poco di muschio di troppo) e un muretto finale su roccia più liscia dov'è il passo-chiave, incontrando così il termine del cavo metallico e gli spit della "variante senza cavo"; 25m, 6b+, 7 spit, 4 chiodi. Noi ci siamo fermati al termine del cavo per esaurimento del materiale (sosta da attrezzare su uno spit della via e sui robusti chiodi che sostengono il cavo); è meglio invece concatenare il tiro con quello - corto - finale ed uscire direttamente.
4° tiro: passo iniziale nel diedro-fessura su appoggi bassi un po' unti dalle ripetizioni, poi facile uscita su rocce rotte fino alla sosta; 10m, passo di V, 1 chiodo.
Discesa: bastano due calate a corda doppia; la prima deposita sulla sosta del 2° tiro; con la seconda (una cinquantina di metri o giù di lì) si arriva alla base. Se utilizzate una corda singola, sono comunque presenti numerose altre soste lungo la discesa.