martedì 24 novembre 2015

I quarantanove racconti


di Ernest Hemingway
Einaudi, Torino, 1960 (1a ed. italiana 1947)

— L'amore è un mucchio di merda, — disse Harry. — E io sono il gallo che ci sale sopra per cantare.
— Se devi andartene, — la donna disse, — ti è assolutamente necessario uccidere tutto quello che ti lasci dietro? Voglio dire devi portar via tutto? Uccidere tua moglie e il tuo cavallo, e seppellire la tua sella e la tua corazza?
— Sì, — egli disse. — Il tuo fottuto denaro è stato la mia corazza. La mia lancia e la mia corazza.
Dello scrittore dell'Illinois, premio Nobel per la letteratura nel 1954, avevo letto - con gran soddisfazione - solo Addio alle armi, e forse proprio il fatto che alcuni racconti legati all'esperienza della prima guerra mondiale fossero inclusi tra i Quarantanove racconti mi ha spinto a spolverarne una vecchia edizione, così da vedere Hemingway alle prese con questo genere narrativo.
L'opera raccoglie tutti i racconti scritti tra il 1921 ed il 1938, con diversi temi ricorrenti: safari in Africa, corrida spagnola, prima guerra mondiale, pugilato, pesca e vita di provincia in USA. Su questi temi e su quanto alcuni di essi siano un po' ripugnanti è stato già detto molto, per cui vale la pena di soprassedere. È però notevole il fatto che alcuni dei racconti per me più belli siano situati proprio in ambiti per cui nutro la massima disistima. Il protagonista è colto nel quotidiano, spesso nel suo arrabattarsi per "tirare avanti", spesso uno sconfitto. Lo stile di scrittura (ma siamo in traduzione!) appare semplice, lineare e senza ricercatezze.
Per quanto mi riguarda, l'esito narrativo è alterno; fatto non strano se si guarda l'estensione temporale ed il numero di racconti. La raccolta parte col botto: Breve la vita felice di Francis Macomber è forse il miglior racconto, e gli si può rimproverare solo il titolo, intrigante ma che lascia intuire il finale già a metà strada. Anche il giustamente famoso Le nevi del Chilimangiaro testimonia della bravura di Hemingway: l'agonia di Harry per una cancrena alla gamba durante un safari è l'occasione per narrare del rapporto con la morte, dei compromessi dell'esistenza, della dignità. Questi due racconti (del 1938) sono tra gli ultimi aggiunti alla collezione, ma non è questo il motivo per cui si collocano tra i migliori: basta iniziare infatti La capitale del mondo per sbadigliare aspettando lo scontato finale. La ragione, a mio modestissimo parere, è un'altra: sono i più lunghi! Hemingway ha bisogno di "respiro" per collocare i suoi personaggi nel mondo, dà il meglio (a parte qualche eccezione) quando la trama si dipana senza la tirannia delle pagine. Ed infatti l'altro racconto che mi ero segnato come "buono" durante la lettura è L'invitto, storia di un vecchio torero che rientra nell'arena, storia ancora di dignità, di sconfitta. Anche questo racconto è superiore alle trenta pagine e l'unico che valga la pena leggere tra quelli sulla corrida.
Discretamente soporiferi i racconti con l'alter ego Nick Adams, scene di vita quotidiana in USA che passano senza lasciarmi alcuna impressione, mentre un po' di vivacità in più si ritrova tra i racconti di guerra (alcuni brevissimi sono alternati a mo' di incipit ai precedenti, e ricompare Rinaldi di Addio alle armi); il mio preferito: Breve storia naturale: i morti.
Tra gli altri miei racconti preferiti: Gatto sotto la pioggia, Cinquanta bigliettoni, Le luci del mondoDio vi conservi allegri, miei signori e Omaggio alla Svizzera (la prima parte).

mercoledì 11 novembre 2015

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi settembre-ottobre 2015

Ritardi all'arrivo nel bimestre settembre-ottobre 2015 per i
treni 2608 e 10809 nel tragitto Bergamo-Milano Lambrate.
Ritardi all'arrivo nel periodo gennaio-ottobre 2015 per i
treni 2608 e 10809 nel tragitto bergamo-Milano Lambrate.
Ritardo medio e al 90% di probabilità cumulativa per il treno 2608.
Ritardo medio e al 90% per il treno 10809.
Premessa: scrivere con calma dei ritardi dopo averne giusto collezionato un'ora tra andata e ritorno (incapaci!) è veramente difficile.
Di seguito, mostro i risultati delle mie personali rilevazioni dei ritardi quotidiani sulla tratta BG-MI. Come al solito, rimando ai post precedenti aventi la medesima etichetta per le spiegazioni e mi limito a brevi commenti sui dati. Dopo lo scempio del periodo estivo, le cose paiono essere rientrate ai livelli precedenti (il che non implica che questi siano buoni o sufficienti), con - udite, udite - pure qualche piccolo segnale positivo! Partiamo dal treno 10809, quello pomeridiano: per la prima volta dall'inizio dell'anno si supera - seppur di poco - il valore del 70% dei treni che arrivano con un ritardo entro cinque minuti (il valore era sempre intorno al 60-65%).
Anche il treno 2608 del mattino migliora la percentuale di treni che arrivano entro 5' di ritardo, portandola all'86%, mentre il massimo ritardo è di 10', anche questo il miglior valore da inizio anno.
In peggioramento (tralasciando il pessimo periodo estivo, rispetto al quale non era possibile peggiorare ancora senza assistere ad abominevoli fatti di sangue) la "coda" del pomeriggio, ovvero il caso peggiore, che si attesta sui 22'. Non ce la fanno proprio!
L'impatto sulla statistica globale da inizio anno si vede nella seconda figura: valori inaccettabili per qualunque azienda trasporti operante in regime di concorrenza e comunque ben lontani dai valori sbandierati.
Le altre due figure mostrano l'andamento mensile delle distribuzioni di ritardo, espresse dal valore medio e al 90% di probabilità cumulativa. A settembre-ottobre siamo tornati sui valori primaverili, con un lento, lentissimo miglioramento del 10809, mentre il 2608 pare essere più o meno stabile.
Se la mia puntualità a lezione fosse quella di Trenord, probabilmente sarei cacciato dal Politecnico.

sabato 7 novembre 2015

Boga + Camino del Colonnello

Sul 1° tiro della Boga.
Walter sul 2° tiro.
Sul 5° tiro.
Tracciato della via Boga.
Walter sul 1° tiro del Camino.
Sul 2° tiro.
Tracciato della Via del Colonnello.
Torrioni Clerici e Cecilia - Grignetta
Pareti SO e NNO


Dopo aver letto nella guida Saglio di una via aperta al torrione Cecilia da una cordata comprendente Dino Buzzati, mi ero ripromesso di dargli un'occhiata, sfruttando il clima decisamente poco autunnale di queste settimane. Il primo novembre, anniversario dell'apertura, si va, convinti di salire una via facile ma dimenticata e del tutto sprotetta. Con nostra sorpresa, siamo accolti da una fila di fix luccicanti, tanto che impieghiamo un po' di tempo a verificare di essere all'attacco della via giusta. Poi, un po' delusi, un po' rassicurati dalle protezioni, saliamo.
Prima, come preambolo, avevamo salito la via Boga al Clerici, approfittando ancora una volta della cortesia di Ivan passandogli davanti e ricavandone un nuovo servizio fotografico. Devo proprio portargliela, quella famosa bottiglia che gli promisi qualche tempo fa...
Accesso: (Boga al Torrione Clerici): raggiungere il piazzale dei Resinelli, attraversarlo fino alla chiesina e prendere a destra la via Caimi (in salita), seguendola fino al suo termine dove ci sono alcuni posti per parcheggiare (lungo la strada ce ne sono altri, se arrivate tardi). Da qui si prende il sentiero della Direttissima, si supera il caminetto Pagani e la deviazione per il Gruppo del Fungo, raggiungendo il canalone di Val Tesa (indicazioni). Si prosegue ancora e poco dopo si sale a destra per il colle Valsecchi (indicazioni). Dopo un tratto con corde fisse si doppia uno spigolino e ci si trova davanti al Torrione Clerici. Poco prima di raggiungerlo, si nota sulla destra un canale abbastanza largo (ad oggi, decorato da resti di vecchi cavi metallici arrugginiti) che si risale senza percorso obbligato (utili le roccette sulla sinistra). Si supera un ometto sulla crestina di sinistra e poco dopo si attraversa ancora verso sinistra raggiungendo la base della parete dove è l'attacco della via (un fittone ed un chiodo). Poco più di un'oretta.
Relazione (Via Boga): via molto bella che risale lo spigolo SO con un percorso sempre logico e dalle difficoltà contenute. Passo-chiave ottimamente protetto, tratti facili chiodati più lunghi. Tutte le soste tranne l'ultima sono attrezzate con due fittoni, catena ed anello. Contare un paio d'ore circa. La via è abbastanza frequentata.
1° tiro: salire la paretina e superare un breve tratto in leggero strapiombo per proseguire lungo un canale-diedro da cui si esce a sinistra. 25m, 5a (passo); tre fittoni, quattro chiodi.
2° tiro: salire il pulpitino a sinistra e attaccare la placca, attraversando a destra dopo il secondo fittone per salire ad una cengia. 25m, 4a; due fittoni, cinque chiodi (uno inutile).
3° tiro: salire dritto sopra la sosta lungo l'evidente diedro-canale per uscire su cengia. 35m, 3c; due fittoni, due chiodi.
4° tiro: salire la paretina a destra della sosta e proseguire sulla cresta verso destra fino alla base di un canale. 35m, III.
5° tiro: salire il canale e un tratto di cresta fino alla vetta. 40m, III; un fittone. Sosta su un fittone.
Discesa: spostarsi qualche metro lungo la cresta fino ad un masso con cordini e maglia-rapida. Da qui scendere verso destra (E) cercando il percorso più facile (II). In alternativa è possibile calarsi a corda doppia dallo stesso versante.
Accesso (Camino del Colonnello): si raggiunge il rif. Rosalba. Per noi che uscivamo dalla Boga è stato necessario seguire il sentiero Cecilia (quello su cui si finisce al termine della discesa) verso sinistra, superare il bivio delle Direttissima al colle Valsecchi e quello col sentiero Giorgio al colle Garibaldi (da cui si rientra se seguite il nostro giro) e giungere al rifugio. Da qui, prendere il sentiero pianeggiante che conduce al Campaniletto del rifugio (ressa di cordate), superarlo e salire il canale. Appena prima dell'ultimo salto che porta alla forcella si nota un'evidente cengia sulla destra. La si segue fino alla parete (sosta a fix), salendo poi una decina di metri a sinistra a trovarsi all'imbocco di due fessure, una che sale verso destra e una dritta (la nostra). Fittone alla base, spit sulla destra.
Relazione (Camino del Colonnello): la via risale la fessura-camino con bella arrampicata, mai difficile. La recente chiodatura ha "addomesticato" la via (soprattutto il primo tiro), ma è comunque utile portare un friend medio per proteggere l'uscita del secondo tiro. La roccia è buona a parte una scaglia nel primo tiro. Nella guida Saglio la via è data di III+, in quella Pesci IV; io azzarderei un IV+ nell'uscita del secondo tiro... l'alpinismo degrada di generazione in generazione!!
1° tiro: salire la fessura e proseguire fino ad una grotta dove si sosta. 30m, 4a; 4 fix, 1 fittone, 1 chiodo. Sosta su due fix con maglia-rapida e fittone.
2° tiro: salire il camino fino al tetto, uscire a sinistra con passo delicato in buona esposizione e proseguire per rocce facili fino all'uscita in comune collo spigolo della Crocetta. 25m, IV+; 2 fix. Sosta su due fittoni con catena ed anello.
Discesa: è possibile calarsi in doppia dalla sosta; noi siamo invece rientrati dal percorso canonico: si segue la cresta verso sinistra fino ad una sosta da cui ci si cala fino alla forcella (attenzione ai sassi); da qui si ripercorre il canale fino al rif. Rosalba.

lunedì 2 novembre 2015

Nord America

Corso Gabriele D'Annunzio 149
Cigliano (VC)


Da tempo non abusavo della mia grafomania per raccontare un'osteria o un ristorante, nonostante qualche incontro meritevole non fosse mancato. E il locale migliore per riprendere questa consuetudine non è uno di quei ristoranti presenti nelle guide paludate, coi piatti ai sapori esotici, conditi da essenze e da fragranze, ma un ristorante "verace", dove si mangiano piatti "veri", essenziali e ben cucinati.
L'incontro con il ristorante Nord America avviene per caso, in uno dei pellegrinaggi in cerca di un posto dove concludere con una cena la domenica passata a lisciarsi i polpastrelli sulle pareti di arrampicata. Dopo aver collezionato chiusure per turno, per matrimonio e per altre improbabili motivazioni, ci lasciamo indirizzare da un local che ci pronostica buon cibo e buoni prezzi. E non si sbagliava!
Visto dall'esterno, l'albergo-ristorante è anonimo per non dire bruttino. L'interno diviene già più interessante, coll'atmosfera da ristorante di paese a gestione familiare e la clientela locale. Il servizio è molto cortese, il menù semplice, coi piatti della tradizione piemontese, le porzioni decisamente interessanti! Noi iniziamo con un antipasto di salumi misti per passare poi alla panissa, ovvero riso e fagioli, piatto tipico del vercellese (e non solo) che ci arriva in una teglia di dimensioni invidiabili. Molto semplice e buono.
Restando in tema di cucina locale, cosa meglio di un bollito misto per il secondo? Per me, l'accompagnamento d'obbligo è la salsa verde, ma ce ne sono altre due tra cui scegliere. La carne è decisamente di ottima qualità e anche questo piatto ci regala quelle semplici soddisfazioni della cucina tradizionale. Chiude il tutto il canonico bonet/bunet, un dolce tradizionale piemontese a mo' di budino con amaretti.
L'unica nota negativa della compagnia di commensali è la loro insistenza nell'accompagnare le abbuffate con il vino della casa, un rosso tutto sommato onesto. Ergo, niente commenti sulla cantina e l'abbinamento prescelto. Peccato. Magari si rimedierà al prossimo incontro, al rientro da una scorreria in Piemonte o Val d'Aosta.