mercoledì 30 novembre 2016

Panzeri-Riva

Paolo sul 1° tiro.
Ancora lui sul 3° tiro.
Sul 4° tiro.
Paolo sul 5° tiro.
Pilastro rosso del lago - Monte S. Martino
Parete O


"Che bastone quel primo tiro! Non so se ho tirato più rinvii o più porconi..." sintetizzo la sera a Gianni, che mi aveva avvisato preventivamente di quel che mi attendeva. Ed in effetti la parte più impegnativa della via è tutta lì, sebbene il diedrino del 5° tiro abbia un passo decisamente non banale. Una via storica che "puntavo" da un po', passandogli nelle vicinanze diretto alle falesie che la contornano, finalmente salita sfidando il tempo incerto.
Accesso: da Lecco si segue il lungolago in direzione Mandello fino ad incontrare sulla destra un sottopasso ferroviario con tre arcate. Si entra e si parcheggia subito, salendo il sentiero sulla destra appena dopo l'arcata. Ignorare il primo bivio e prendere a destra al secondo (a sinistra si va alla falesia della Discoteca), salendo brevemente a contornare il Pilastro dell'Orsa maggiore. Si giunge ad un canalino che si può risalire direttamente oppure - più comodo - si prosegue ancora brevemente a prendere la successiva traccia sulla sinistra, che porta alla base del pilastro. L'attacco è in corrispondenza di una pianta (fittone visibile), sotto l'evidente fessura-diedro del primo tiro.
Relazione: via molto logica che vince la repulsiva parete del pilastro nei suoi punti deboli, purtroppo penalizzata dalle infinite ripetizioni che hanno levigato numerosi appigli e che complicano diversi passaggi, impedendo di godersi appieno l'arrampicata. Se non siete schizzinosi, la via è certamente raccomandabile. Protezioni miste a chiodi e fittoni, oneste sui passi duri, ma distanziate nei tratti più facili (dove uso la scala UIAA per segnalare che non siamo propriamente in falesia...); fate attenzione. Possono essere utili friend piccoli e un BD4 o 5 per il primo tiro. Tutte le soste sono su due fittoni meno la quarta e la quinta, che hanno anche catena ed anello di calata.
1° tiro: salire i gradoni iniziali e portarsi verso destra sotto la larga fessura-camino Salirla faticosamente fino alla sosta. 30m, 6c+(?); sei fittoni, tre chiodi, una fettuccia su sasso incastrato. Il tiro è tradizionalmente valutato 6c, che non è certamente un grado su cui io passeggio, soprattutto se ci sono di mezzo camini, incastri e compagnia bella. Ciò detto, secondo me (e anche altri) è più duro; gli ho messo un "+" tanto per gradire...
2° tiro: salire brevemente sopra la sosta, poi spostarsi a sinistra lungo un muretto con appigli unti per proseguire poi per un camino e una fessura fino alla sosta sulla destra. La via originale esce sulla destra a metà tiro circa (vecchio cordone) e prosegue per una placchetta (un chiodo) e gradoni fino a ricongiungersi col nuovo percorso appena sotto la sosta. 30m, 6a+; sei fittoni, tre chiodi.
3° tiro: salire un muretto con lama rovescia e proseguire in obliquo verso sinistra. 40m, VI- (passo), V, IV+; tre fittoni, due chiodi.
4° tiro: salire a destra della sosta, seguendo un diedrino ed uscendo poco dopo lungo lo spigolo alla sua sinistra. Attraversare ora verso sinistra lungo una cengia esposta (poco protetta, ma non difficile) fino alla sosta alla base di un evidente diedro. 40m, V; tre fittoni, due chiodi.
5° tiro: salire il diedro sopra la sosta, dapprima lievemente aggettante e poi più verticale, fino alla sosta. 40m, 6b+; sei fittoni, cinque chiodi. La difficoltà è in un paio di passi (con appoggi per i piedi ovviamente lisciati dalle ripetizioni), ma tutto il (bel) tiro richiede buona continuità.
6° tiro: a sinistra della sosta per poi rientrare un poco verso destra e salire dritto per rocce erbose fino alla cengia. 40m, IV, V, IV; tre fittoni, tre chiodi.
Discesa: dalla sosta traversare verso destra seguendo una traccia che scende lievemente lungo detriti (ometti) e doppia lo spigolo, portando alla sosta di calata. Con quattro calate si torna al punto di partenza. In alternativa, ci si può calare lungo la via sfruttando una sosta attrezzata lungo la verticale della quarta sosta.

sabato 19 novembre 2016

Montepulciano d'Abruzzo DOC Riparosso 2014 Illuminati

Chiacchieravo recentemente di vino, meglio: di Montepulciano, con un'amica, e non potevo non notare come il produttore che viene regolarmente menzionato è Masciarelli. A scanso di equivoci, dico subito che Masciarelli è per me di ottima qualità, ma lamentavo il fatto che tanti altri buoni produttori sembrano godere di fama assai inferiore. È quindi con molto piacere che ho pescato questa bottiglia, in un negozio della grande distribuzione e ad un prezzo veramente da "vino quotidiano", e me la sono goduta fino all'ultima goccia. A dimostrazione di come in Abruzzo ci siano diversi nomi da ricordare.
Il Riparosso nasce da uve Montepulciano al 100%, con macerazione in acciaio ed affinamento in grandi botti (sei mesi) ed in bottiglia (due-tre mesi). Vino ancora giovane, si presenta con un bel colore rubino ed aromi di frutti rossi e note di tabacco, terrose e speziate in bell'evidenza.
Il gusto è pieno e corposo, con tannini morbidi e una buona persistenza, e chiude con un finale amarognolo. Si beve che è un piacere.
La bottiglia reca in evidenza il bollino dell'oscar regionale del Gambero rosso. Nonostante i gusti di questo noto e simpatico... "crostaceo" non mi trovino sempre d'accordo, devo dire che la scelta del Riparosso è da condividere senza se e senza ma.

mercoledì 16 novembre 2016

Zuleika Dobson

di Max Beerbohm
Bompiani, Milano, 1968

Neanche per un istante mise in dubbio la decisione di morire oggi. Dal momento che non era immortale, come aveva sempre creduto, tanto valeva spegnersi adesso che tra cinquant'anni. Anzi era meglio. Una morte prematura, come la chiama la gente, era la più tempestiva di tutte le morti per un uomo che aveva dedicato alla grandezze la propria gioventù. Quale perfezione in più avrebbe potuto raggiungere? Gli anni futuri l'avrebbero soltanto appassita, se non addirittura deturpata. Sì, era una fortuna perire lasciando molte cose all'immaginazione dei posteri. Quei cari posteri avevano una mentalità sentimentale, non realistica.
Urge un'avvertenza: per discutere di questo libro si deve necessariamente rivelarne la trama, peraltro assai flebile e che si disvela  per la maggior parte a pag. 86 su 297. Se quindi siete tra gli sparuti lettori di questo post che legittimamente desiderano conquistare la sequenza degli accadimenti una pagina dopo l'altra, leggete il libro saltando l'introduzione e tornate a tempo debito.
Zuleika, anche se a rigore, non era bella, è una vera femme fatale, che fa innamorare perdutamente di sé qualunque giovane incontri. Tuttavia, non poteva amare chi cadesse prono ai suoi piedi. E ai suoi piedi tutti i giovani cadevano proni. Senza doti né interessi particolari, con una biblioteca composta da due libri di orari ferroviari, gira il mondo facendo la prestigiatrice di quart'ordine, con fama e successo assicurati dal suo fascino. Ad Oxford a trovare il nonno rettore del Judas College (in realtà il Merton College, dove Beerbohm studiò senza laurearsi) incontra il Duca di Dorset (titolo reale, ma estinto dal 1843). La loro relazione è quel discutibile amore a Oxford che costituisce il sottotitolo del romanzo.
Il Duca è descritto, non senza l'ironia che fa da controcanto a tutti gli eventi, come il perfetto dandy: ricchissimo, bellissimo, eccellente in tutte le discipline, corteggiatissimo quasi quanto Zuleika, ma che non aveva mai provato il desiderio di amare perché troppo preoccupato della propria perfezione per ammettere di poter ammirare qualcun altro. Ovviamente, anche lui si innamora di Zuleika a prima vista, ma il fatto lo contraria: non poteva permetterle di diluire l'essenza della sua anima. Non doveva sacrificare il proprio dandismo ad una passione (Wilde e Byron non sarebbero stati d'accordo con questa dicotomia, ma non importa). Si sforza quindi di ignorare Zuleika, che per contrasto se ne innamora. Il giorno dopo il Duca ha superato il proprio travaglio e rivela alla fanciulla il suo amore, ma questo determina la fine dell'amore di Zuleika per lui: lei disdegna chiunque la ami. Infarcito di cultura e miti classici, il Duca decide quindi di morire per amore di lei.
Zuleika, pur lusingata, si guarda bene dal fargli cambiare idea - anzi; ci tiene assai a che la promessa venga mantenuta -, e solo lo convince a rimandare il proposito di ventiquattr'ore, la cui descrizione costituisce il resto del libro. L'aspetto un po' comico della vicenda è arricchito dal fatto che tutti gli altri studenti di Oxford, ovviamente innamorati di Zuleika e che guardano al Duca come ad un modello ideale, decidono di seguirlo, determinando un suicidio di massa per annegamento.
Che la trama sia poco da prendere sul serio lo si capisce subito: statue di marmo di imperatori romani che simpatizzano con il destino di Oxford, dei greci che governano i mortali, fantasmi svolazzanti di qua e di là, anelli che tradiscono i sentimenti dei loro proprietari, punto di vista della narrazione che si interrompe di colpo per esporre considerazioni del narratore stesso, che si dice mandato da Clio (musa della Storia) a raccontare la vicenda "reale" ed in grado di leggere i pensieri dei protagonisti, e così via. Ma allora, cosa rappresenta questo racconto apparentemente così senza senso?
Intanto, è una rivisitazione nostalgica della vita universitaria oxfordiana, con un aspetto farsesco della narrazione che aveva già notato E. M. Forster: tutto il comportamento del Duca e della società oxfordiana è improntato ad un'affettuosa ironia (molto "inglese") che sdrammatizza il comportamento del dandy, qual era lo stesso Beerbohm. Anche Zuleika non ne è del tutto esente, ma in modo diverso: il suo non voler/poter amare chi la ama la trasforma in marionetta, cui l'autore (un po' misogino) assegna tratti decisamente antipatici salvo poi ammetterlo con il lettore ed ammonirlo alla comprensione (Cap. XXIII).
Un altro aspetto del libro legato agli studi universitari è dato dagli espliciti riferimenti ai "classici", a partire dai miti greci: così l'azione del Duca che, umiliato da Zuleika nella sua ultima sera, torna padrone di sé stesso e decide di non sacrificare la vita per quella donna dalla risata di iena è frustrata dall'apparizione del presagio di morte mandato dagli dei, che gli ricordano il suo destino come in una tragedia greca. E l'ironia si insinua attraverso il riferimento al Don Chisciotte, sotto forma di un richiamo alla pastorella Marcella, cui Zuleika è paragonata nel Cap. II, dove non manca un posticino per la Margherita del Faust. Un esplicito giudizio non troppo lusinghiero sul contemporaneo Sargent (Cap. XVIII), l'immancabile Shakespeare e chissà quanti altri completano il quadro. E che dire del nome stesso, Zuleika, nome della moglie di Putifarre secondo una leggenda medievale, che significa brillante bellezza?
Certo, a volte la narrazione non funziona perfettamente: il Duca con la sua cultura classica non può che morire stoicamente per volere degli dei, e da qui il mutamento del suo amore per Zuleika in odio e l'intenzione di recedere dal suo proposito, come detto sopra. A questo punto, però, Zuleika si innamora di nuovo di lui, che non l'ama più. Ma questa soluzione sarebbe troppo romantica: il Duca deve morire nell'indifferenza di lei. Beerbohm si inventa quindi un dialogo (Cap. XVI) che fa acqua da tutte le parti, al termine del quale ogni traccia di amore è scomparsa ed il Duca può morire per mantenere fede alla parola data!
In realtà, di tutto questo conclamato amore v'è ben poco: il Duca e Zuleika sono molto più interessati a sé stessi che all'altro/a e, a ben vedere, anche Katie, che dovrebbe rappresentare una specie di anti-Zuleika, non perde troppo tempo a lasciare il ricordo del Duca per innamorarsi di Noaks, l'unico studente che non ha il coraggio di annegarsi. Di Noaks si innamora anche Zuleika, che prende l'ennesima cantonata ritenendosi rifiutata da chi non è morto per lei (!!), ma Noaks - come tutti i dandy di questo libro - è assolutamente impedito con le donne e alla fine troverà il coraggio di seguire il destino dei suoi compagni. E su questo destino faccio l'ultima chiosa: il Duca, "vittima" di Zuleika, è assai contrariato che la sua decisione di suicidarsi sia seguita da tutti gli altri studenti, vittime del suo esempio; sia perché si sente responsabile di questa loro scelta, sia perché questo gli leva l'esclusiva del gesto: il dandismo e l'eccezione sono diventati impossibili nella folla, sono massificati. L'ironia di Beerbohm non lascia scampo neanche al Duca.

sabato 5 novembre 2016

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi settembre-ottobre 2016 (2608/10809)

Distr. cumulative dei ritardi per i treni 2608 e 10809 nel bimestre
settembre-ottobre 2015 e 2016.
Come sopra, ma per il periodo gennaio-ottobre 2015 e 2016.
Andamento mensile dei ritardi per il treno 2608.
Come sopra, ma per il 10809.
Va bene, è ufficiale: basta miglioramenti, si torna indietro. Niente di particolarmente drammatico per il momento, ma non è un bel segnale... anche perché stiamo parlando di un servizio discretamente penoso. I ritardi del 2608 peggiorano rispetto al bimestre del 2015, come si vede nel confronto tra la curva blu e l'azzurra. In particolare, la percentuale di treni entro i 5' di ritardo scende dall'86 al 68%, mentre per fortuna il ritardo massimo resta entro i 10'. Il dato sui ritardi entro i 5' è solo parzialmente compensato dall'aumento dal 71 al 76% dell'analoga percentuale per il 10809, che però ci ha regalato una giornata con ben 98 (novantotto!) minuti di ritardo (completamente fuori scala nel grafico).
Se guardiamo i ritardi complessivi da inizio anno, vale il commento dell'ultima volta: lieve miglioramento per il 2608 e molto più marcato per il 10809, che nel 2015 era veramente indegno.

L'andamento mensile dei ritardi conferma che Trenord è del tutto incapace di migliorare questi numeri: peggioramento di tutti gli indicatori rispetto alla primavera, ritardo al 90% che resta pacificamente sopra i 5'. Nel 10809 è chiaro che il "gradino" che si vede nella media a partire da maggio non è riassorbito e che ci siamo assestati sulla condizione corrente, fatto ancor più fastidioso se si guarda ai ritardi del peggior 10% dei treni (curva verde). Tra l'altro, la mediana (curva arancio) del 10809 non ha grosse variazioni mensili ed è sempre a ridosso dello zero, il che vuol dire che la metà dei treni circa arriva sempre puntuale (o in leggero anticipo), mentre è l'altra metà, quella che accumula ritardo, ad averne accumulato di più negli ultimi mesi. Traducendo: quando le cose vanno bene, non c'è problema; quando si presenta un inconveniente, buonanotte.

E pensare che poi ci sono anche quelli che dicono che Trenord è un'eccellenza lombarda!